E gli amici di Gaspare, che venivano a trovarlo o che incontrava per via, dicevano, tra mentite frasi, con lo sguardo o, se schietti, addirittura con la bocca:
— Fortunato te! Avere avuto uno zio ricco che ti ha tolto ogni incomodo e lasciata l'eredità!
Se, tutt'al più, avessero detto: — Comprendiamo il tuo dispiacere d'aver perduto una persona che amavi, e, nello stesso tempo, il piacere dell'eredità che hai fatta, poh!, in riguardo all'umano egoismo avrebbero meritato scusa. Dicevano invece, o parevano dire senz'altro: — Congratulazioni —, e invidiavano. Onde Gaspare doveva sfuggirli: a mostrarsi afflitto, non gli credevano; e mostrarsi lieto nè voleva nè poteva, essendo men tristo di loro.
Indispettito, così, delle amicizie, egli sentiva sempre più il bisogno di un'anima che lo comprendesse.
.... Or come una sera rincasava, appena dentro la porta Gaspare udì chiedere dall'alto:
— Sei tu?
Rispose:
— Nossignora, sono io.
Era la moglie dell'ingegner Tredòzi, da poco venuto ad abitare al primo piano.
— Stia comoda. Ci vedo — aggiunse Gaspare, mentre accendeva un cerino.