— Sì. Lui va in montagna per un ponte che s'è rotto, non so dove. Resterà fuori un mese e mezzo!

La libertà inattesa, per la quale si sottraeva all'usato giogo, la inebbriava, l'ammattiva.

— Ne vogliam fare di tutte le sorta! — ella esclamò. Pensò Gaspare che quand'anche proseguissero a farne di una sorta sola, bastava.

E Silvia, ridendo, soggiungeva:

— Figurati che lassù c'è solo una lurida osteria! Dormirà male, mangerà male, etc.: astinenza in tutto. Che castigo!

Ancora una volta la fortuna, per favorire un uomo, ne costringeva un altro — povero diavolo! — a disagi e a danni, e un po' ripugnava a Gaspare la soverchia letizia della bella. Tradire il marito poteva essere, sì e no, una perdonabile colpa; ma deriderlo e compiacersi del suo malanno, era davvero mancanza di generosità. E se dopo appena un mese che aveva il merito di confortare la signora Silvia, Gaspare Bicci teneva l'ingegner Tredòzi per un «povero diavolo» e l'ingannarlo giudicava una colpa, per quanto perdonabile, Gaspare Bicci non poteva dunque più negare a sè stesso che già gli sbollivano i primi ardori. Anzi, al sentimento della cattiva azione che commetteva, a un senso di profanazione che per quella tresca faceva al recente lutto, e all'amarezza del possesso diviso, gli si aggiungeva il timore d'un vincolo indissolubile. Silvia non dubitava neppure d'un lontano abbandono. «Ci ameremo anche quando saremo vecchi, per l'amore d'adesso» — ripeteva. Vecchi?

Egli contava i suoi anni: ventitrè; e gli anni di lei: ventotto o ventinove o trenta; e della differenza misurava l'entità nell'avvenire; e in proposito all'amore eterno si chiedeva se, caso mai, non fosse predisposto da natura ad amar eternamente una bionda piuttosto che una bruna, quale la signora Silvia.

Però a riflessioni più gravi lo condusse l'assenza dell'ingegnere. Silvia, da amante saggia che era, diventava pericolosa.

Strana donna! Prima, piangeva il suo fallo; temeva l'onta; raccomandava cautele.

— È geloso? — domandava Gaspare.