— Pazienza...: Terza battuta: là! — riprendeva il cavaliere.

Al diavolo anche il clarinetto! Bicci sudava: con il freddo nel cuore.

Già infelice, sembravagli d'esser stato sventurato sempre; di dover essere infelice sempre, per tutta la vita; e pativa della più grande sventura che possa capitare a un uomo: quella d'innamorarsi d'una ragazza innamorata e fidanzata d'un altro.

VIII.

Assente da lei credeva che il solo contemplarla quale un'imagine di pura bellezza o una cosa intangibile basterebbe a ristorargli l'inedia dell'anima; e vicino, oltre il martirio del clarinetto, che pena la vista dei fidanzati in abboccamenti, in sorrisi, in bisbigli! Era una sconvenienza sociale! Perchè ai fidanzati dev'esser lecito dirsi delle sciocchezze o, magari, parlar male del prossimo a bassa voce, in cospetto del prossimo? Non avevano riguardo quei due nemmeno a una persona giovane, che, in fin dei conti, veniva lì per far servizio al padrone di casa!

Così il povero Gaspare, invece di contemplare, doveva torcere gli occhi altrove; doveva dubitare che gl'innamorati ridessero di lui; doveva resistere alla tentazione di fracassar la tastiera del pianoforte.

Se n'andava. E appena fuori, ogni sentimento d'invidia e d'ira cedeva al desiderio del mirabile viso.

«Siamo seri! ragioniamo!» egli si ripeteva indarno. «Il meglio sarebbe che io mi distraessi.» Ma non trovava il modo; anzi le distrazioni che gli capitavano, gli accrescevano il desiderio d'Erminia. Gliene capitò una, un giorno.... La signora Silvia, avendo scoperto il rifugio di lui, vi penetrò.

— Lei.... tu!...: qua?

— Traditore! — Ella alzò il velo per mostrar meglio due occhi rabidi.