Mai, mai come la sera di quel giorno il giovano Bicci si studiò di rendersi elegante; ed entrò dagli Squiti con grandi palpiti e insieme con la disinvoltura d'un uomo uso al mondo. Ma il cavaliere, che scartabellava della musica, l'accolse solenne; in tono ufficiale lo presentò alla moglie, che faceva la calza. E chiamò ad alla voce:

— Erminia!

Ella dalla finestra (aperta: era di maggio) si fece innanzi, lentamente....

— La signorina Erminia Roccaforte — .... e voltosi a un giovane, che la seguiva (oh Cielo!), il cavaliere presentò: — L'avvocato Enrico Griboldi, suo promesso sposo.

— Tanto piacere.... — All'imbarazzo di Gaspare, la signorina Erminia sorrise a pena a pena.

— A noi! — esclamò lo Squiti in un'istantanea mutazione di gioia. — Badi che io odio la musica tedesca. Non è mai accaduto a lei, caro Bicci, di odiare una cosa bella?

— Ah sì! — rispose Gaspare, che ora odiava la signorina Erminia.

Il primo pezzo — del Faust — procedè a meraviglia, quantunque le mani di Bicci qua e là affrettassero come un cavallo che abbia amor proprio e cui rincresca restar addietro al compagno. Finito il pezzo, la signora Squiti depose la calza e battè le mani; la signorina avvertì che la gente si arrestava per la strada ad ascoltare; il cavaliere, deposto il clarinetto, abbracciò il compagno dimenticandosi d'esser grave.

— Oh che orecchio! che orecchio!

Ma gli altri pezzi ebbero peggior sorte, per colpa di Gaspare che cadeva in pensieri estranei. Pensava: «Io non sono forse meglio di colui? Si può dire un bel giovane? robusto come me? — Avvocato! — E non sono ingegnere, io? Che meriti avrà? Niente: fortuna! Quest'è fortuna! Una moglie bella — così bella! — ricca; e orfana...; nemmeno la suocera!»