— Il verso è per l'aggettivo, e non per l'idea. Simbolismo!

Carlo Dònnola era dunque un uomo d'ingegno, sebbene in fama di stupido. L'uomo d'ingegno, veramente, è infelice, perchè non meno ammira il bello di quel che s'offenda del brutto; invece Carlo viveva felice pascendosi soltanto di bellezza. Quando però venne il dì che lo vidi soffrire, allora io non dubitai più oltre che la sua fama di stupido era ingiusta.

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Si erra pure a dir volubile quell'ammiratore della bellezza femminile che vedendo oggi una più bella donna, non dispregia per essa la donna lodata o amata ieri. Carlo non procedeva nemmeno a confronti: progrediva nell'entusiasmo, perchè la sua fortuna ogni giorno gli recava innanzi creature in tutto o in parte più mirabili. Gli amici se ne affliggevano, invidiosi. — Excelsior! — dicevano ironicamente. — Ma trovata che abbia l'eccelsa, la perfetta, lo vedremo precipitare! —

Nossignori. Carlo Dònnola vide l'eccelsa: Teresa Gurli; la sposò e continuò a salire. Infatti la conoscenza della perfezione non si acquista che a gradi; esercizio e pratica bisognano alle indagini e alla percezione del bello. D'altra parte, il bello e il bene, secondo i filosofi, sono una cosa stessa, e chi ama l'uno ama l'altro; quindi nelle donne ammirate, desiderate e amate Carlo non aveva mai conosciuto se non i saggi che delle loro grazie la legge morale (cioè il bene entro certi limiti) concede alle donne di porgere al mondo, a tutti: il resto è o dovrebbe essere per il solo eletto, per il marito. E divenuto per la prima volta marito, Carlo ebbe imprevedute rivelazioni, innumerevoli meraviglie, estetiche scoperte, portentose gioie, straordinarie squisite stupende supreme sublimi esclamazioni.

Io strinsi amicizia con lui appunto in quei giorni che il matrimonio lo traeva all'estasi. Oramai, come insufficienti, dimenticava gli aggettivi dall'iniziale sibilante; e non ripeteva più, come esigua, l'esclamazione «divina» riserbata fino allora per lode sintetica a qualche esemplare del «femminino eterno»; bensì elevava al cielo, senza dir nulla, gli occhi sprizzanti una letizia sovrumana. Tale, quale un uomo antico a cui una dea apparisse senza spaventarlo. Tale, rovesciava in me le confidenze che gli alleviavano la felicità soverchia.

— Teresa — mi disse una volta — è sterile. Pensa: nessuna deformazione, nessun danno per la sua bellezza!

— La corporale bellezza di Teresa — un'altra volta mi accertava — è nulla a paragone dell'anima sua. Se tu sentissi l'anima sua!

E io, da amico sincero, da amico che eccitava l'imaginativa a comprendere così prezioso tesoro, per poco non gli dicevo:

— Deh! fammela sentire!