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Un urlo straziante, una scossa della vettura.... Che cosa è stato? Ah niente! S'è gettata la Modestia fra le zampe dei miei puledri, sotto le ruote del mio cocchio. Una maniera di suicidio che Maupassant trovò per uno de' suoi personaggi: un plagio; e neanche i plagi commuovono più le fantasie! Poi, bel gusto ammazzarsi in una campagna solitaria ove non c'è nessuno a provar raccapriccio! Inutile a sè stessa in vita, neppure morendo la Modestia ha saputo provvedere alla propria fama. Doveva finire così!
L'entusiasta punito.
Per l'abuso che ne fecero i poeti, chi ammira più i palpiti e i raggi delle stelle? Ma l'anima di Carlo Dònnola ancora aveva rapimenti a un fulgido cielo. Nemmeno gl'innamorati oggidì s'intendono nella bramosia dell'argento lunare e preferiscono la povertà delle tenebre; ma Carlo Dònnola beveva il latte della luna con tal gioia che le pupille gli s'inumidivano come a uno spirituale liquore s'inumidiscono le pupille d'un ebro. E se in noi fu esausta dall'artificio l'ammirazione per i fiori, tanto che d'una rosa fresca diciamo «sembra di seta o di cera», a Dònnola una viva rosa carnicina sembrava tuttavia di «carne»; e contemplata e annusata a lungo una bella rosa pallida, egli elevava il naso elevando gli occhi, come a una visione, e «Dolce signora — esclamava mestamente — io v'amo!»
Con ciò non si afferma che Carlo fosse ancora vergine alle impressioni della natura; bensì che era in lui una nativa, particolare attitudine a sorprendere il bello in tutte le cose, in tutta la vita; ad avvertire quel che gli altri spesso, mortificati dal brutto, non avvertono e che egli con sincero entusiasmo e con un sibilo iniziale rivelava per mezzo degli aggettivi, spiccioli o a coppie, «stupendo! sovrano! — superbo! squisito! — supremo! sovrumano! — straordinario! sublime!»
Neanche perciò si afferma ch'egli fosse un poeta; giacchè si sa, e Teofilo Gautier lo dice, che i poeti vedono il bello dove non è: «Les poètes prennent habituellement d'assez sales guenipes pour maîtresses»: Carlo Dònnola invece vedeva il bello dov'era. Così mentre altri alle esposizioni artistiche fuggiva dalle sale di scultura, egli s'arrestava d'improvviso dinanzi a qualche grazioso ninnolo statuario, il quale all'occhio comune era impercettibile fra tanti orrori; o ristando dinanzi a ciò per cui inorridivano gli altri, egli solo, súbito, indicava o la minima parte o la linea lodevole.
Quante volte nelle tele sciagurate di colore e di disegno non vantava giustamente l'intenzione del pittore? E, non a torto, quando in cospetto a un nuovo edificio tutti biasimavano l'architettura moderna, egli notava: — Che bel camino! — Beato lui! A una sinfonia d'imitazione wagneriana cadeva ogni possa anche nel più classicista ascoltatore e critico; ma Dònnola riteneva, per zufolarle dopo, quelle poche note che erano state come una fugace spera di sole tra una nebbia folta o in una roboante tempesta.
Beato lui! Nei versi e nelle prose di qualche magnifico scrittore moderno molti si smarrivano a cercare pensiero e sentimento; ma egli, pronto, afferrava aggettivi e li ripeteva all'altrui meraviglia.
— Sì; bell'aggettivo — confessavano. — E l'idea?
E lui: