— Che volete farci? — mormorava la signora Clotilde dinanzi al terzo «servizio da caffè» e alla muta desolazione dei fidanzati. — Buon viso a cattiva fortuna, figlioli!
Disse finalmente Gustavo:
— Dimani bisognerà ridere; ingoiare la rabbia; fingere che niente sia; se no, ci metteranno su le ventole!
— Sarà bene avvertirli prima, gl'invitati, perchè si meraviglino meno — disse la Gigia, finalmente.
Non era possibile, infatti, nascondere i due primi servizi, il donatore e la donatrice essendo invitati alla colazione; e non volendosi sottrarre il terzo, quello dei colleghi, che appariva, al confronto, magnifico. Per suprema ironia era magnifico!
Nè il domani mattina alla funzione nuziale, in chiesa prima e dopo al municipio, fu alcuno che al vedere la sposa un po' turbata, un po' troppo smorta, non ne ammirasse la commozione del solenne ufficio che si compieva, il verginale panico per il solenne sacrificio a cui era condotta, il trepido cuore per l'amore che la beava: nessuno ci fu che pensasse a un estraneo disturbo di tanta felicità. La poverina aveva, insistente, la visione d'un collegio di chicchere vigilate da matrone, che erano le caffettiere e le zuccheriere. Quanto allo sposo, avanti di arrivare a casa, rivelò a un testimonio una sola causa di cruccio: l'ingratitudine del conte.
— Nemmeno un biglietto! E son dieci anni che lavoro per lui senza aumento di stipendio!
— Pensate — aggiungeva — che ogni volta che capitava in ufficio era sempre lì a dirmi: «Terpallino.... Gustavino....: quando la facciamo la corbelleria?»
— Dov'è adesso? — chiese uno.
— A Firenze col maestro di casa, che mi promise di rinfrescargli la memoria.... Ma sì!...