Infatti, giú botte da orbo a príncipi, ad ambasciatori, a generali; a tribunali, a senati, accademie, università, eserciti, nazioni; a nobili e a plebei; a ricchi e a poveri; a letterati e ad idioti; a religiosi di ogni chiesa e a increduli; a stampatori, a donne, a sé stesso.
E in tempi che per reo costume l'adulazione e la viltà ruinavano la società tutta, queste satire acerbe piacquero come opere sincere e forti; né fastidiscono oggi chi le riguardi; non foss'altro perché noi, gente temperata e morale, ripugnamo sí dalla maldicenza infamante e dagli scandali de' nostri giorni, ma ci volgiamo poi con certo gusto alla ricerca di vecchi scandali e infamie vecchie; vecchie, siano pure, di due secoli. [pg!105]
PUNIZIONE[57]
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Ammirata dell'opera fine e vivace delle miniature la signora aveva molte esclamazioni e troppe interrogazioni per ciascuna pergamena che le ponevo sott'occhio: — Che significa quest'allegoria? — Che festa solenne sarà questa a cui concorre sí lunga fila di dame e gentiluomini? — Chi è questa regina che scesa dalla carrozza a sei cavalli s'inginocchia dinanzi a un cardinale? — Che bel teatro, e quanta gente, e curiosi i comici in scena! Forse è un teatro di Bologna? — Sono scienziati o diplomatici costoro in grave radunanza?; — ond'io piú d'una volta mi confusi a [pg!108] rispondere o non risposi, ed ella levò a me gli occhi, ahi!, sorridenti, come le labbra, di sottile sarcasmo. Però quando fummo a una rappresentazione dello Studio ed ella accennandomi gli scolari — Come bellini! E come dovevano vivere lieti! — parve desiderare qualche notizia intorno ai loro costumi, e pure non sperarla da me, sentii giunta finalmente l'occasione a punirla un po' della curiosità sua e piú della sua malignità, e cominciai:
— Vivevano lieti, ed è piú facile trovar ricordi dei loro sollazzi e delle loro monellerie che dei loro studi. Cosí, se ai giovani capaci d'ogni gentile adoperare anche al principio del seicento veniva in premio l'amore, anzi tutto è da credere che le donne si disponessero a compiangerli allorché traevano la dolce pienezza dei suoni dal piú leggiadro degli istrumenti: il liuto. Sonavano pure il clavicembalo e la viola e cantavano a libro commovendo con diverse arie diversi affetti: l'arie lombarde accendevano l'animo all'ardire, le napolitane invece lo intenerivano, le francesi l'inacerbivano [pg!109] con veemenza, e le spagnole al contrario lo rendevano mansueto; l'arie toscane temperavano in cuore gli affetti. Ma giacché le donne furono sempre crudeli a pungere chi manchi di prontezza e sagacia nei discorsi, gli scolari del secolo decimosettimo cercavano con assai cura i motti arguti e le parole soavi, le quali avevano piú agio a profondere nei tardi giri e nei riposi frequenti della pavana. Per questo la pavana era sempre uno dei balli preferiti; ma a porre in mostra la grazia e l'agilità della persona tornavan meglio le gagliarde e ai giovani che, come si diceva allora, facevano professione di cappa e spada, conveniva esperienza di molti altri balletti, tra cui alcuni un po' licenziosi. Tale la nizzarda, per cui i ballerini movevano in fretta tre passi abbracciando la donna in guisa che pareva la baciassero; ed io, signora....
— Non c'era educazione in quei tempi!
— Veramente in conversazione riusciva non di rado piacevole certa grossolanità di atti e di parole, e, per esempio, una dama poteva punire con “una solenne pianellata„ [pg!110] l'innamorato troppo audace in richiedere, e quegli rispondere allegro: — “Buon destriero non teme calcio di cavalla„ —, ma poi la sottigliezza dei precetti a distinguere e rispettare i vari gradi delle persone era tanta che, stia certa, darebbe gran pena a noi oggidí. Il tormento peggiore era forse a girare in compagnia, perché passeggiando uno con persona degna di deferenza doveva sempre guardar di lasciarla alla parte piú onorevole, la quale cambiava nei luoghi diversi; e se in un giardino poteva essere determinata dalla vicinanza della porta d'ingresso, sotto un portico era invece dal lato del muro, e in una sala dalla disposizione degli usci e delle finestre. Per strada, in Lombardia camminava a piú onore colui che stava rasente il muro, dove nelle città di Toscana e a Venezia sempre colui che si teneva alla destra. E quando tre andavano insieme, in mezzo stava la persona di maggior grado, ma se i tre si sentivano uguali, ognuno, secondo l'usanza spagnola, prendeva il mezzo di tratto in tratto e di tratto in tratto passava alle [pg!111] parti e l'orgoglio di tutti era salvo. Bensí a spasso con un principe o con un gran personaggio non si penava, perché, rimanesse egli a destra o a sinistra, lo distinguevano tutti egualmente. A cavallo, in due o piú, d'estate riceveva onore chi precedeva; d'inverno, chi seguiva gli altri: in carrozza, il padrone secondava i gradi di coloro che l'accompagnavano con l'ordine dei posti; in camera, dinanzi al fuoco, faceva sedere il visitatore nel sito mediano; fuori o dentro la porta di casa.... La storia è lunga, lunghissima poi per gl'intrecci di regole e di eccezioni che il barocco galateo stabiliva riguardo agli incontri per via, i quali potevano essere tra maggiori, inferiori, uguali; in istrada “propria„ o “altrui„; tra persone a piedi e persone a cavallo; tra carrozze recanti signori e carrozze vuote.
Bisognavan riguardi non pochi anche ai conviti, in cui sarebbe stata offesa grande alla gravità e all'assennatezza dei commensali offrir loro ravanelli, cervella e sale; e pe 'l sale era anzi un proverbio: “Né moglie, né acqua, né sale a chi non te ne [pg!112] chiede non gliene dare„, quasi che essendo male educati o ignorando l'adagio si potesse offrire la moglie agli amici. Ma oggidí, signora....
— Non esca di carreggiata e parli un po' piú degli scolari.