........ io lassa quasi mi dispero,

Cognoscendo per vero,

Per ben di molti al mondo

Venuta, da uno essere occupata.

Io maledico la mia sventura,

Quando, per mutar veste,

Sí, dissi mai..........

E rimpiange la vita oscura e l'oscuro amore d'un tempo, e prega l'amico, il quale ella ha in Cielo, che ridivenga pietoso di lei e da Dio le impetri di andare a lui.

Dal contrasto tra la franca e sdegnosa sincerità di questa canzone, per cui alcuno della compagnia ripensa maligno il detto milanese “meglio un buon porco che una bella tosa„, e la dolce e timida umiltà dei [pg!194] suoi discorsi, Lauretta sorge su viva, mirabilmente. Non è in essa il tipo della donna che loda gli altri sperando a sé guiderdone di lodi maggiori, e innanzi agli altri si umilia bramando la levino essi a grande stima, finché, nel timore di essere disprezzata e nella certezza di non essere da quello stesso che ama pregiata sí come merita, caccia l'usata modestia ed incolpando la tristezza altrui, accesa d'ira e cieca di orgoglio, esagera le proprie virtú? Impeti questi di animo debole; ed essa è infatti cosí debole che adiratasi, se ne pente, e per riaversi d'ogni cattivo giudizio, il giorno dopo si pone a considerare negli altri il proprio difetto e i danni partoriti dall'ira, e cerca scusarsi scusando la fragilità femminile: “...... Se ragguardar vorremo, vedremo che il fuoco di sua natura piú tosto nelle leggiere e morbide cose s'apprende, che nelle dure e piú gravanti; e noi pur siamo (non l'abbiano gli uomini a male) piú delicate che essi non sono e molto piú mobili.„

Mobile ad ogni affetto, essa finisce la novella di Tofano esclamando: “E viva amore, [pg!195] e muoia soldo e tutta la brigata!„, con commozione di gioia pari a quella d'entusiasmo con cui l'incomincia: “O Amore, chenti e quali sono le tue forze! chenti i consigli, e chenti gli avvedimenti! Qual filosofo, quale artista mai avrebbe potuto o potrebbe mostrare quegli dimostramenti che fai tu subitanei a chi seguita le tue orme?....„

Tale, s'io l'ho ben veduta, è Lauretta.

[X.]

Elisa[86], anzi acerbetta che no, “non per malizia, ma per antico costume„, è d'animo molto sensibile e nell'abbandono in cui la lascia l'uomo da lei amato è la causa del suo dolore inconsolabile.

..... Et è sí cruda la sua signoria,

Che giammai non l'ha mosso

Sospir né pianto alcun che m'assottigli.

Li prieghi miei tutti glien' porta il vento,

Nullo n'ascolta, né ne vuole udire:

Per che ogni ora cresce 'l mio tormento;

Onde 'l viver m'è noia, né so morire....

[pg!196]

È Elisa dolorosa che racconta la miserevole istoria di Gerbino e della figlia del re di Tunisi, i quali innamorarono l'uno dell'altra per udita, senz'essersi veduti mai; ella è che descrive le sofferenze del mite conte d'Anversa; ella è che avvolge di sospirosa pietà il racconto del puro e veementissimo amore il quale fu tra la figlia del conte d'Anversa e il figlio della dama inglese.