Ma, come accade, Elisa è inasprita dal suo stesso dolore, sí che quasi a vendetta di sé, la quale si lascia commovere dall'infelicità altrui e dal ricordo della sua infelicità, ama le novelle di cui i personaggi han l'animo pieno d'acerbità e d'amarezza: tutta festevole ripete le parole con cui la Guasca scosse il re pusillanime; esalta la severa e pronta risposta di Guido Cavalcanti agli amici beffardi, e il modo onde la monaca si liberò dal castigo che la badessa volea infliggerle; e d'un'acre gioia avviva il racconto della lezione che Ghino di Tacco diede all'abate di Cligní. Piú, Elisa regina comanda che argomento alle novelle sia la [pg!197] prestezza dei motti, perché da sí fatte novelle esse ed altri possano trarre vantaggio.
È acerba quando, prima di novellare, ammonisce, e, ad esempio, avanti la novella dello Zima essa dice: “Credonsi molti, molto sapiendo, che altri non sappia nulla, li quali spesse volte, mentre altri si credono uccellare, dopo il fatto sé da altri essere stati uccellati conoscono„; e avanti quella della badessa caduta in peccato: “Assai sono li quali, essendo stoltissimi, maestri degli altri si fanno e castigatori; li quali, come voi potrete comprendere per la mia novella, la fortuna alcuna volta, e meritamente, vitupera.„
Se, ne' rari oblii dell'intima cura, è pronta al riso, piú pronta è allo sdegno: ride infatti piú delle compagne ai princípi delle oscene canzoni che Dioneo vorrebbe cantare, ma tosto lo minaccia dell'ira sua; nello stesso modo che dopo aver riso di gran cuore al litigio fra Licisca e Tindaro, Licisca, la quale troppo lo prolunga, minaccia di bastonate. Ed è Elisa che irrompe come [pg!198] niuna delle sue compagne sarebbe capace, e per due volte, contro i frati ed i preti.
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Il Decamerone è veramente, come già altri affermò, un romanzo d'amore con vita e vicende di personaggi: vivono essi nel libro immortale e non per azioni, ma per i loro discorsi, per le canzoni e per le novelle rivelano e rilevano i loro caratteri.
Il Landau dopo avere a pena accennato alle figure di Dioneo e di Fiammetta, di Filomena e di Panfilo, scrisse: “Anche gli altri narratori sembra che sieno stati realmente, e la maggior parte di essi rappresenta nella descrizione del poeta un carattere determinato„; ma invece il Körting avvertiva un carattere determinato solo in Fiammetta. A conforto di quel che pensava il Landau il signor Camillo Antona-Traversi ripeté le parole del Carducci: “Quei giovani e quelle donne, pur nella lieta concordia con cui servono all'officio di narratori, sono gente viva, hanno un [pg!199] carattere spiccato ciascuno, e ne improntano la loro narrazione„, e, sempre per oppugnare il Körting, non accorgendosi poi di contraddire in certo modo al Carducci e di dar ragione e torto a tutti e due i critici tedeschi, aggiunse di suo: “I dieci personaggi del Decamerone, piú che persone, sono dieci leggiadrissime macchiette disegnate da mano provetta, sotto cui si rivela il grandissimo e geniale artista.[87]„ No, no, non macchiette: i dieci personaggi del Decamerone sono proprio dieci persone leggiadrissime! [pg!201]
[LA NOVELLA DI FIORDILIGI]
[pg!203]
Iroldo amava Tisbina come già Tristano amò la regina Isotta, e quanto bene Isotta volle a Tristano, Tisbina voleva ad Iroldo: per questo vivevano lieti e contenti. Ma in digrazia d'entrambi la bella dama, trovandosi un giorno con molte persone a un suo giardino in Babilonia, ebbe vaghezza di certo gioco pe'l quale alcuno, nascostole il capo in grembo e levata una mano dietro il dorso, dovea indovinare chiunque veniva a batterlo su la palma; e secondo la sorte e la vicenda del gioco anche Prasildo s'inginocchiò dinanzi a Tisbina e le posò il capo nel grembo. Prasildo era un gentile e valoroso barone. [pg!204] Nella soave positura egli si sentí dunque accendere improvviso in cuore un fuoco di cui mai aveva sentito l'uguale; una sí viva fiamma che per timore avrebbe voluto non dovere piú rialzarsi, e cercava di non indovinare; e questa fu la prima radice della sua passione senza conforto. In breve a tal partito lo condussero Amore e l'altera resistenza di Tisbina che un dí, piena l'anima di tristezza, si ridusse in un boschetto a piangere e a meditar di morire.
— Udite voi, fiori, — diceva con lamentevole voce — e voi, piante, e tu, sole, le mie parole estreme, e vedete la mia cruda fine; ma che nessuno la sappia, perché colei che mi vi forza potrebbe ricevere incolpazione di crudeltà, ed io pur sí crudele l'amo e l'amerò ancora nell'altro mondo. —