Nota Gilberto che “quasi ogni cosa diviene agli amanti possibile„, e Tisbina:
Deh quanto è pazza quell'alma che crede
Che amor non possa ogni cosa compire!;
e cosí via.
Prove di nessun valore; ma senza tener conto di esse si può anche ammettere che il Boiardo rammentasse il Boccaccio, e non si può negare certa somiglianza nella concezione generale del racconto e la quasi identità nelle condizioni in cui son posti i personaggi. Se non che quanta differenza ne' tratti, nel colore, nell'atteggiamento tra le figure del poeta e del novelliere, e quanto diversa l'arte di questo dall'arte di quello!
Vedete: Tisbina è una creatura graziosa nella sua dolcezza e debolezza. Per amore non vuol concedere ad altri le gioie che concede al suo amante e vuol [pg!213] morire con lui; non ama il barone, ma lo compiange e l'ammira, e glielo dichiara fin prima d'essere assoluta dalla sua promessa. Dopo, gli dà un bacio e lo consola; ultimamente gli si acconcia tosto e volentieri. — Dianora è nobile donna, forte, sdegnosa. Amava suo marito? Non è detto: per onestà rifiuta i meravigliosi doni e disprezza la fama dell'innamorato Gradense; per onestà, e non per pietà, con domanda di cosa creduta impossibile tenta indurlo a cedere dinanzi la sua resistenza. Curiosa come ogni donna, si reca a vedere il giardino a pena comparso e lo loda, ma ritorna a casa afflitta “a quel pensando a che per quello era obbligata„; non pensando al cavaliere il cui fervente amore ha potuto tanto; e se il marito non la costringesse, sarebbe disposta a perdere piú tosto la stima di donna leale che di moglie onorata. Accompagnata e in su l'aurora, per non esser vista, va a casa del barone, e senza troppo ornarsi, perché il marito le ha fatta raccomandazione di cercar via a disciogliersi dalla promessa serbando puro il suo onore, e primo mezzo a riuscire nell'intento ella [pg!214] pensa trovare nel mostrarsi poco piacevole: miracolo della virtú che in questa donna può piú della vanità!
Ogni altro mezzo adopera poi, senza pregare né piangere, nelle sue poche parole al barone. Gli dice: — “Né amor ch'io vi porti, né promessa fede mi menan qui.... — Non l'ama né pur ora, né l'amerà mai; e piuttosto che acconsentire ai suoi desideri mancherebbe alla parola data —... ma il comandamento del mio marito, il quale, avuto piú rispetto alle fatiche del vostro disordinato amore che al suo e mio onore, mi ci ha fatto venire.„ — Rileva la liberalità del marito e incolpa l'amante; rileva che suo marito è debole, ch'ella è forte; che suo marito ha compassione di lui e che essa no. Né altro concede ad Ansaldo se non una dignitosa espressione di gratitudine: — “Niuna cosa mi poté mai far credere, avendo riguardo a' vostri costumi, che altro mi dovesse seguir della mia venuta, che quello ch'io veggio che voi ne fate; di che io vi sarò sempre obbligata.„ —
E chi affermerebbe che Iroldo e Prasildo [pg!215] furono foggiati sui tipi stessi del marito e dell'innamorato di Dianora?
Gilberto è ritratto d'uomo che è inflessibile nell'adempimento del dovere; che riflette e non può essere perturbato a lungo dalle commozioni: si adira alla confessione della moglie, ma tosto si frena e la rimprovera mite; non inveisce contro il barone, ma anzi affermando che quasi ogni cosa è agli amanti possibile, sembra scusarlo, e certo lo stima, se ha speranza che Dianora possa ottenere da lui di non macchiare la propria onestà. Leale cavaliere e sicuro della fedeltà della moglie, nella scelta tra il disonore che ella si ceda per una volta all'amante e il disonore ch'ella manchi alla data parola, non può restare a lungo dubbioso; e gode e confessa di sentirsi capace di un sacrificio che nessuno forse saprebbe compire. Lo piega ad esso anche il timore del negromante, è vero, ma senza questo tanta vigoria d'animo non sarebbe un po' inverosimile? Ansaldo arde d'amore e splende di magnificenza e d'ogni lode, tuttavia Gilberto non teme, perché sa che sua moglie potrà [pg!216] concedergli il corpo, l'animo no, e perché sente, con sentimento il quale noi vantiamo di moderna perfezione spirituale, che la donna contaminata dall'amore di chi ella non ama è ugualmente degna d'affetto e di stima.
Ansaldo Gradense è il signore di grand'animo, sicuro di sé in ogni parola e in ogni atto, ripugnante da ogni voglia disordinata e volgare. Per la donna che ama cerca e procura ciò che egli stesso credeva impossibile; ma quando Dianora viene alla sua casa, le muove incontro composto e rispettoso e la prega, “se pure il lungo amore il quale le ha portato merita alcun guiderdone„, di dirgli la ragione della sua venuta, giacché tal donna non deve esser là per soddisfarlo del suo desiderio. E udita la risposta di lei e sentita improvvisa la invidiabile liberalità di Gilberto, subito scioglie madonna Dianora del doloroso legame e le raccomanda di rendere grazie al marito che stima e amerà sempre come un fratello.
Iroldo e Prasildo sono invece due cavalieri [pg!217] molto simili nella grazia dell'aspetto e ugualmente appassionati e appassionabili e poeticamente piú docili agli affetti che alla ragione. Per compassione Iroldo suggerisce a Tisbina il mezzo di salvare Prasildo; e venendo da lui il consiglio, è meno mirabile la sua generosità quando prega la donna (egli prega e non comanda come Gilberto) di andare all'amante; per disperazione beve il veleno; per riconoscenza scongiura il Cielo a rimeritare Prasildo della sua cortesia; per emulazione di generosità lascia Tisbina a Prasildo.