— Andiamo al caffè? — Andiamo. — Mentre attendevano il cameriere, i due ufficiali, che [pg!170] sedevano al tavolino dirimpetto, cominciarono a guardar la giovane, a sorridere, a strizzar l'occhio.

— Uf! che caldo!

Bolliva dentro, Grappanera. In bel modo bisognava avvisar quei signori che se al caldo di fuori s'aggiungeva ancora un po' più di caldo dentro, essi, quella sera, andavano a casa con la testa rotta. E che pensò lui? Prese con le due mani a una estremità la tavola di marmo, la sollevò e, come altri farebbe con una cartella, — Uf! che caldo! —, con quella egli si mise a sventolarsi... Semplicemente. Chi non avrebbe capita la minaccia? I due ufficiali la capirono benissimo.

Ma ecco: — Marmo tarlato! — commentava, serio, Pannocchia. Ecco il martirio: Pannocchia il sensale dava sempre spiegazioni così strampalate, aggiunte così spropositate, prove così buffe ai racconti di Grappanera, che la verità ne restava oppressa e schernita, nonostante i richiami alla ragione. Si degnava di ridere a crepapancia anche Volturno Schiza. Per il ridere Colamosto si contorceva come in convulsione, su l'erba.

Al chiasso i curiosi accorrevano.

E: — Mi fate morire! — doveva concludere il povero martire, scappando con la cesta delle paste e delle mosche.

***

Perciò da un pezzo Grappanera si era imposta una norma che non avrebbe più trasgredita se non [pg!171] l'avesse provocato ad emulazione la guardia Peralti. Volendo a un tempo risparmiar disordini al suo povero cuore e persuadere che lo moveva il più disinteressato amore della verità, sopprimeva sè stesso nei racconti ove avrebbe potuto o dovuto figurare quale prima parte; compieva il sacrificio di sostituirvi «un mio amico», «un tale di mia conoscenza».

Così faceva narrando del tempo che, come tutti sapevano, era stato soldato in Austria per servizio obbligatorio, negli ulani.

Certa nave trasportava una volta un reggimento di ulani giù per quel fiume cui dicono Danubio e che supera il Po, l'Adige e dieci altri fiumi dei nostri insieme.