Sghignazzai; gridai:
— La casta Susanna!
Ma Adriana non si voltò.
Era finita.
***
Laggiù, nel praticello della Landa, dove lei non sarebbe tornata mai più, io piansi. Eppoi inveii [pg!214] come l'avessi presente; la accusai di crudeltà, di demenza, di ogni cattiveria, di perfidia.
Ma a poco a poco, nel mentre stesso che l'accusavo, la difendevo.
Innamorata d'un altro aveva colto quel pretesto per liberarsi di me? No. Amava me: ne ero certo. Da che cosa dunque attingeva la forza per vincere e respingere il nostro amore? Perchè? Perchè? Per una impressione morbosa? Nulla sapevo io, povero ragazzo ignaro, di isterismo e di psicopatia femminile; ma no: non poteva essere un male dei nervi o del sangue la causa di tanto dolore! E nemmeno il pregiudizio religioso che l'incolpasse dell'aver condotti a peccato mortale quei due vecchi prossimi a morire. No: doveva esser stato l'orgoglio! l'orgoglio ferito! Ma quale? Ma perchè? Ecco. L'orgoglio, era stato, che aveva una radice profonda nell'indole della donna, nel sesso: l'orgoglio della verginità che si sentiva contaminata; l'orgoglio come della sanità che avesse patito il contatto della brutalità in dissoluzione, della corruzione, della morte; l'orgoglio di un amore puro, alto, nobile che era stato macchiato, abbassato, avvilito da sguardi, pensieri osceni, da schifose voglie; l'orgoglio di un'anima profanata che si comprendeva diminuita dinanzi al suo stesso amore.
Più tardi però, agli anni dell'esperienza, quando ci pare d'avere conosciute bene le donne, mi chiesi più d'una volta: Adriana avrebbe tanto sofferto di quella profanazione se invece che vista [pg!215] dai due vecchi, di cui l'uno era preso alle spalle dalla morte e l'altro le andava incontro, fosse stata vista dai miei occhi innamorati e avidi d'amore sano e forte?
Ma anche adesso non so che cosa rispondermi.