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[BUONA GENTE]
I.
La fattoria vecchia, grande come un castello, con davanti l'ampio prato e lo steccato in mezzo per i puledri, e il muricciuolo di cinta investito dai capperi (il profumo di questi fiori, così tenui, al luglio!); la montagnola della conserva che le acacie difendevano dal caldo; l'orto con la vasca (belle, ora, anche le salamandre!); eppoi i campi di grano e di canapa, tra gli olmi, belli...
La stretta per cui si svegliava con un nodo alla gola non gli veniva da un'improvvisa imaginazione brutta o triste nella serenità del sogno; gli veniva da quel sereno fondo senza fine, da quel sole abbagliante, fermo. Nel destarsi, se vi era luce, stentava a riconoscere lo stambugio ove lo ricoverava la lavandaia; e gli pareva che il cuore gli si allargasse a vedere il cane dormente lì a lato della branda.
Non gli restava più che il cane. E il suo passato era nel sonno e nei sogni. Ma quanto soffriva!
[pg!218] Invano pregava Dio ogni sera che lo liberasse da questa pena. Non bastava che espiasse, nella miseria, e tenesse l'espiazione quasi elemento della sua ultima vita; no, non bastava: l'afflizione più grande doveva patirla dormendo. E il contrasto fra la sua sorte e la sorte di tutti gli altri, che al soffrire trovavano riposo al dormire, gli imprimeva in faccia quel triste sorriso mesto, come d'ironia mitigata da un doloroso pudore.
Ma diventava una contrazione spasmodica, quel sorriso, se qualche antico conoscente incontrandolo lo salutava e gli porgeva la mano.
— Stringermi la mano? — egli chiedeva mentre porgeva timidamente la sua.
E con fatica, quasi gli mancasse il respiro, rispondeva alle dimande spietate per essere pietose. Le figliuole? Una era suora, a Lugo; l'altra, moglie di un avvocato, stava a Firenze.