— Perchè non andate con lei?

Rispondeva:

— Capirete...

Già: capirete che un avvocato che si stima non può mantenersi tra i piedi il suocero in voce di aver rubato, e il conte Sesti, da cui era stato cacciato per ladro, aveva tante conoscenze, in tutta Italia!

— Non mi avanza che questo — aggiungeva Procolo Granari accennando al cane.

— Fatevi coraggio, Procolo!

Egli si avviava scuotendo il capo senza dir [pg!219] nulla, senza salutare. Avrebbe potuto dire che il genero guadagnava poco e che la figlia aveva da mandargli solo un piccolo aiuto di quando in quando? che l'ignoranza d'ogni cosa all'infuori della campagna, e gli anni e i malanni, non gli permettevano di buscar un soldo? che mancando di protezioni non sperava di essere ammesso nel Ricovero di Mendicità?

Andava vagabondo e il cane, alla corda, lo seguiva più mesto di lui perchè pativa più fame.

Ah! quel bracco così alto e macilento!

Faceva sin ridere i monelli; e lo chiamavan Tredici! E se a vederlo solo, Procolo Granari, curvo nella lunga persona, coi capelli candidi sfuggenti di sotto il cappellaccio, la barba bianca rada su le guance smunte e quel suo sorriso, con gli abiti oramai cenciosi, eppure puliti, e le mani di un pallore esangue, pulite, avrebbe commosso per quasi un'apparenza di nobiltà decaduta ma non perduta, a vederlo con il cane enorme, pelle e ossa, agli occhi anche non maligni egli assumeva un aspetto sinistro; il suo sorriso pareva cattivo.