Non solo, Monterúmici, piaceva ed esilarava per quel contrasto manifesto fra la sua natura gioconda e il ritegno che egli si imponeva, quasi l'angelo custode fosse sempre lì a dirgli: — Abbi giudizio —, ma piaceva anche per un contrasto meno appariscente, d'ingenuità e furberia. Se era furbo! Conoscendo il punto debole in tutti — goloso il colonnello; parsimoniosa la signora Amalia; il signor Astolfo, delicatuccio, e invidiosa la domestica — traeva argomento da queste disparità di carattere per divertirsi. Esercitava una perspicacia di psicologo nel mentre che accontentava tutti con la sua valentia di cuoco.
Ai manicaretti da lui composti si accompagnavano, sempre uguali, le lodi.
— Appetitoso! — il colonnello giudicava. E la suocera: — Fatto, si può dire, con nulla! — E il signor Astolfo: — Proprio adatto al mio stomaco!
— Merito vostro che l'avete cotto — il soldato protestava rivolto alla cuciniera, tutta contenta.
E una mattina Monterúmici si presentò alla signora [pg!90] con l'attitudine un po' impacciata di quando aveva da chiederle le uova e lo zucchero.
— Signora: domenica al mio paese, si mangiano i ravioli. Siamo di festa!
— Ho capito. Volete che li facciamo anche noi.
Egli scosse il capo.
— Vorrei una grazia più grande.
— Cioè?