Niuno uomo solo può bene parlare; e dirovvi come: che non è niuna criatura, che alla simiglianza di Dio sia fatta, ch'ella non abia tre cose in sè, cioè corpo e senno e anima; questi sono tre in uno, e questa ragione i savi che parlano, dicono(1043).....

(1043) Non intendesi ciò che l'autore abbia voluto dire in questo cap. — Il C. R. 2. concorda col nostro, salvo che infine ha: e per questa ragione li savi ne parlano, e dicono che non puote essere l'omo in due luoghi. — Gioverà riferire la lezione del C. F. R. che è simile a quella del T. F. P: Le roy demande: par quel raison peut I sol parler et dire nos? Sydrac respond: Un sol peut bien parler et dire nos; car il n'en est creature en ceste monde che a scemblance de Deu soit faite, ch'ele n'en ait III en un; et por ceste raison dient les sages, nos.

Cap. CCLII.

Lo re domanda: se lo mare può menomare? Sidrac risponde:

Tutte le cose che crescono l'uomo può pigliare di loro, e si(1044) menimano(1045); se la mare non crescie ciascuno giorno, ma menomerebbe; chè egli mancherebe alla sua menomanza di tutte l'acque che le genti e le bestie beono, che tutte escono di mare. Ciò che l'uomo ne piglia di fiumi e di fontane, e ciò che noi ne beviamo e usiamo, non ritorna mica al mare, anzi si guasta e consuma. E la terra sospira di piovere(1046), e la getta al mare, e lo crescie tuttavia. Ma se la terra non sospirasse di piovere in mare, e i fiumi e le fontane si tenessono chete, che non entrassono in mare, si menomerebbe di tanto, come l'uomo ne pigliasse, se non fosse se non una candella(1047). Conciosia cosa ch'ella(1048) sia così grande com'ella è, e non però, se la terra non sospirasse giamai acqua in mare, e li fiumi e le fontane che di lui escono non vi ritornassono, mai non parrebe che lo mare fosse menomato una candella, tanto è alto e lungo e largo.

(1044) Manca e si al C. L. — Abb. supp. col. C. R. 2.(1045) Menomano. C. R. 2.(1046) Mais la terre suspire l'aigue de pleue. C. F. R.(1047) goute. C. F. R.(1048) Intendi: sebbene il mare.

Cap. CCLIII.

Lo re domanda: femina che spesso si corronpe di sua orina dormendo, e nolla può ritenere, può ella ingravidare, e l'uomo ingenerare? Sidrac risponde:

Due maniere sono di corrompimento d'orina: l'una maniera gli viene ispesso, e l'altra gli viene tardi(1049). Quella che gli viene ispesso, si può bene ingravidare, e l'uomo simigliantemente ingenerare. Che la madre della femina, ove lo spermo dell'uomo cade, si è dalla lunga dalla vescica, ove l'orina si raguna, che la madre si tiene alle reni e la vescica al pettignone. E però l'uomo e la femina, che ispesso si corronpa di loro orina, ciò non aviene mica loro di fraleza di loro vescica; anzi aviene per aventura perchè la vescica è un poco usata(1050) più dall'una parte che dall'altra; e quando ella è piena d'orina, si la getta fuori per virtù ond'ell'àe usata(1051). Quella femina può bene ingrossare, e quello uomo medesimo bene ingenerare; che ciò non aviene mica delle fralezze delle loro reni. Ma femmina e uomo che si corronpono tardi della loro orina, cotale femina non può(1052) ingravidare nè cotale uomo ingienerare; chè ciò loro aviene della fraleza delle loro reni; chè le reni sostengono tutto il fascio ch'è dentro dal corpo(1053); e quando sono a fredità(1054), o fanno una grande forza, o scaricano uno grande carico, le reni della loro fraleza l'asaliscono, e vengono sopra la loro vescica, e bagnano per forza, e versano l'orina(1055). E s'egli avenisse che cotale femina ingravidasse, apena cotale figliuolo potrebe bene avenire(1056); chè, quando egli diventa grande, le reni non possono sostenere lo carico nè il suo peso; e per la loro fraleza gli conviene che egli lo getti fuori. E simigliantemente lo spermo di quello cotale uomo, perciò che ella(1057) serà uscita di fredo sostenimento, e perciò non potrà venire a conpimento, chè lo spermo si è frale e molle, che apena si potrà pigliare.

(1049) tart. C. F. R., che significa difficilmente, raramente.(1050) Anche il C. R. 2. ha: usata. — Nel C. F. R.: vercee (versé) da verser, che potrebbe intendersi per risiedere, esser posto. È noto che questo vb. fu usato in un tale significato da Rabelais. Cf. Barré, Gloss. de Rabelais. — Vedi la nota seguente.(1051) La lez. del C. R. 2. è uguale alla nostra. — Nel C. F. R. leggesi: car chant ele est plaine de orine, si la zete de hors, par la verteure dont elle vertee. — E nel T. F. P: car quant elle est plaine de l'urine, l'urine chiet dehors, par ce quelle penche ung peu d'ung couste. — Mi par chiaro che verteure sia parola fatta dal vb. vertir (tourner); e l'averla in ital. trad. per virtù, è errore che facilmente si spiega. — Forse, in luogo di vercee, che abbiamo trovato già nel C. F. R., è da leggere vertee.(1052) Manca non può al C. L. — Abb. suppl. col C. R. 2.(1053) soustiennent tout ce que dedans le corps est. T. F. P.(1054) Fredità, per freddezza, ha pure il C. R. 2. — Nel T. F. P.: quant le froit les prend. — Al C. F. R. manca tutto questo tratto del presente cap.(1055) Nel T. F. P.: ilz se laschent et se amollient, et la vessie qui est dedans par droicte force verse l'urnine.(1056) a bene venire C. R. 2.(1057) La semence.