Riccheza si è corporale, e onore si è spirituale. Chi à la ricchezza, si può aver quello che mestiere gli è all'anima e al corpo; egli troverrà chi gli farà piacere e servigio per la sua ricchezza; e non puote essere sì cattivo, che egli non abia ciò che mestieri gli fa al corpo; e la sua riccheza si potrà molto adagiare(700). Il povero che non à se non onore, poco gli vale; che dello onore che le genti gli fanno non potrà essere satollo nè ben vestito, chè l'onore vae al vento, che è spirito(701). Egli non è si bene tenente come lo ricco; che meglio vale che l'uomo dica ch'egli sia ricco villano, che povero onorato.
(700) È da correggere colla lez. del C. R. 1.: et per sua ricchezza si poterà molto adagiare. — Adagiare per prendere i suoi agi; come aiser del C. F. R., per mettre à l'aise. L'ital. ha anche: agiare.(701) ène uno vento C. R. 1.
Cap. CIV.
Lo re domanda: de' l'uomo portare onore al povero come al ricco in giustizia? Sidrac risponde:
Chi lealtà vuol fare, egli dee altressì giudicare lo povero come lo ricco. E in giudicamento non dee stare già lo povero in piede e lo ricco a sedere; anzi de' comandare al povero e al ricco di stare in piede; e intendere e ascoltare così la ragione del povero come del ricco. E l'uno e l'altro debono essere al giudicamento comunali, chè la giustizia si è Iddio, e però si dee fare lealmente, altressì come Idio giudica lealmente a tutti, alla morte, al povero come al ricco; che niuno nol puote ischifare nè scanpare.
Cap. CV.
Lo re domanda lo povero se si diletta nella sua povertà, come lo ricco nella sua ricchezza. Sidrac risponde:
Li poveri si dilettano nella loro povertà, più che gli ricchi nella loro ricchezza; chè i ricchi sono più cupidi che i poveri. I ricchi non possono tanto bene avere, ch'egli non disidirino più; similemente come l'affamato e lo satollo; che quelli che è satollo, è agiato; e quelli che è affamato, è disagio; lo ricco non si puote satollare di riccheza; e lo povero non puote avere sì poco del suo, ch'egli non si diletti a magiore gioia. Altressì come uno uomo ch'è stato in infermità uno grande tenpo, e egli vede intorno a lui altrui sano e lieto; sì tosto come l'angoscia e lo male l'à lasciato uno giorno o due, egli è più ad agio e più gioioso che quelli ch'è stato tuttavia sano e allegro. E così si diletta lo povero di cento danari, chi glieli donasse, come lo ricco di mille marche d'oro, in sua riccheza.
Cap. CVI.
Lo re domanda: dee vantarsi l'uomo di quello ch'à fatto? Sidrac risponde: