L'uomo non si dee vantare di quello ch'egli avrà fatto; e se egli lo fa, egli farà dispiacere a Dio e onta a sè medesimo. E s'egli è prò e valente, e egli si vanta, egli fa come vile e codardo, e le genti lo spregiano direto da lui(702), conciosia cosa che inanzi non gli dicono. E quello valore tengono per codardia, perchè i codardi si vantano, perciò ch'egli non ànno niuna prodeza in loro; e si credono fare tenere prò e valenti per li loro vanti(703); e per questo sono tenuti più vili ch'egli non sono. Ma lo savio prò e valente dee tacere, e stare cheto di suo valore contare; e allora è egli più pregiato, e la sua prodeza più inalzata tra la gente; e la gente contano la loro prodeza per loro; e così è loro grande onore. E gli stolti che si vantano de' peccati(704), quelli non sono già uomini, ma peggio che bestie, ch'egli ricontano la loro onta e gli loro peccati senza vergogna, altressì come bestie che fanno la loro bisogna inanzi l'altre bestie. La bestia non è da biasimare, imperò ch'ella non à senno(705) ch'ella lo faccia copertamente; nè peccato non fa ella già. Ma quelli che si vanta del peccato ch'egli à fatto, e che si diletta in contallo, egli pecca molto, e è tenuto peggio che bestia.
(702) Manca direto al C. L. — Abb. suppl. col C. R. 2.(703) per loro buffe e per loro vantanze C. R. 1. — Anche l'ant. franc. ha buffoi, bufoie per vanità, ostentazione. Ma tanto nel C. F. R. che nel T. F. P. leggesi invece bourdes (dal vb. bohorder ), che significa moquerie, raillerie. Cf. Burguy, Gramm., a Horde. — In provenzale si ha il vb. bordir, che vuol dire joûter, folatrer.(704) Et il folle che si vanta di sua follia C. R. 1.(705) Manca senno al C. L. — L'abb. agg. dal C. R. 2.
Cap. CVII.
Lo re domanda: come fiatano i cani più ch'altra bestia(706)? Sidrac risponde:
I cani sono di più calda natura che altra bestia; e del loro calore, quando eglino si congiungono, eglino si rinflabiliscono; e si giungono e s'apigliano, altressì come due pezi di ferro rovente(707): l'uomo mette l'uno sopra l'altro, e fiere di sopra, e elli s'apiccano lo loro calore; altressì fanno gli cani.
(706) Questo titolo è errato. Deve dire, come negli altri Codd.: come li cani s'apiccano insieme.(707) Nel C. R. 1. v'è questo di più: et anco si ci àne un'altra ragione, che, quando il maschio discende sopra la femina, suo membro s'attortiglia in essa, e non si puote sì tosto partire da essa. Che s'elli discende dritto com'elli monta, elli non si appicciarebbero tanto.
Cap. CVIII.
Lo re domanda: quelli ch'ànno cupideza dell'altrui cose o dell'altrui femine fanno male? Sidrac risponde:
Quegli che ànno cupideza dell'altrui femine o dell'altrui cose, egli fanno grande male, e sono chiamati vicini(708) del diavolo; che il diavolo non si satolla giammai di mal fare, e vorrebe tutto giorno trarre a lui. Altressì è di coloro ch'ànno cupideza dell'altrui cose o dell'altrui femine; che altressì dovrebono egli fare con altrui, come e' volesseno che altri facesse a loro(709); chè quelli che volesse che altri gli togliesse sua roba o sua femina, molto gli parebe grande fatica, e molto ne sarebe dolente; e similmente è di colui(710); chè l'uomo de' avere astinenza delle cose, povero e ricco ch'egli sia, e non dee avere cupideza dell'altrui cose, altressì come gli angioli di Dio, che non ànno cupideza.
(708) Pare da intendersi compagni del diavolo. — Nel C. R. 2.: ventri del diavolo. — Nel T. F. P. e nel C. F. R.: gracieux au deable.(709) e vorrebbe che facesse a lui C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.(710) Meglio sarebbe lui. E qui deve essere stato usato colui, come traduzione letterale di celui.