—Ma che fate? Che fate? Sono democratico, io! Nessuno può condurmi alla morte. Ah! lasciatemi…
Appena fu domo e legato, il boia trasse di tasca il laccio e glielo accomodò intorno al collo, aggiustando il nodo scorsoio sotto un orecchio: poi gli mise in capo il cappuccio nero, lasciandogli però scoperto il viso.
Cornetta, livido, esausto, guardò, sentì, singhiozzò e gemette: nelle confuse parole che gli uscivano dalla gola c'era insieme come il pianto di un bambino, l'angoscia di uno che trema e ha paura, la rabbia di chi vorrebbe resistere ed è impotente.
Appena gli fu messo il laccio al collo vi fu un istante in cui stette immobile fissando il boia e gli astanti. Che cosa passò per la mente dell'infelice in quel momento? Forse ebbe un lucido intervallo, durante il quale si vide irremissibilmente perduto. Ma fu un lampo e tornò subito a piangere e a dibattersi furiosissimamente.
Tutto ciò avvenne in meno di quattro minuti. Alle sette e trentaquattro minuti precisi si riaprì la porta del carcere e in mezzo al più profondo silenzio dei presenti Cornetta apparve fra le braccia di quattro uomini che lo trascinavano a stento.
La forca distava dalla porta del carcere quattro passi soli. Il condannato vi fu portato sotto di peso, senza che i suoi piedi toccassero terra, mentre si dibatteva e urlava:
—No, no, che fate? Che fate? Ah! Ah!
Giunti i quattro uomini sotto la corda, in meno che non lo si dice il boia calò il cappuccio sul viso del condannato, attaccò il laccio all'anello, battè il piede destro per terra, e a quel segno, tagliata dall'assistente la corda che sosteneva il peso, tac: la massa di ferro cadde sopra un materasso e Cornetta venne tirato su, a sei piedi da terra.
Uno degli astanti più vicini alla forca stramazzò svenuto.
Il corpo nero del condannato pendette, rivolto verso l'occidente, il collo si allungò e le mani si raggrinzarono. Si fermò immobile qualche secondo e poi fu tutto agitato da una terribile contrazione; le gambe si allungarono e tremarono parecchie volte: poi tutto finì.