Concluse il suo interrogatorio con questa bella trovata: le grandi corporazioni finanziare non sono monopolii, perchè non impediscono ad alcuno di formarne altre consimili!
In occasione di quello sciopero vi fu una interessante polemica. Qualche giornale espresse l'opinione che non costituendo gli scioperanti che una minima parte del pubblico, non avevano alcun diritto di far danno a tutto il pubblico. Se non piaceva loro di lavorare per la Western Union, potevano cambiare. Dal momento che le ferrovie ed i telegrafi devono essere sempre al servizio del pubblico, bisogna che gli impiegati pensino a questa necessità prima di entrare a lavorare per le compagnie ferroviarie o telegrafiche.
C'è questa differenza, rispondevano i giornali difensori degli scioperanti, che le Società telegrafiche ricevono dal pubblico grandi e speciali vantaggi, e necessariamente devono avere verso il pubblico speciali obbligazioni: mentre invece gli impiegati, nulla ricevendo dal pubblico, nessuna obbligazione devono avere. Vengono pagati dalle Società, non sono responsabili che verso le Società, non hanno da trattare per il loro lavoro che con le Società.
In altre parole, la questione non era fra gli impiegati e il pubblico, ma fra gli impiegati e le compagnie che sono una minima frazione del pubblico. Il pubblico era davanti al fatto che gli impiegati volevano essere pagati discretamente e che le Società volevano pagare troppo poco. A chi la responsabilità?
—Non si può ammettere—venne fuori a dire la New-York Tribune—che da un momento all'altro un comitato di scioperanti possa alzare audacemente la mano e guastare, se non rompere del tutto, il delicato organismo di una grande impresa nella quale esso non ha alcun interesse personale.
—Che non abbiano alcun interesse si fa presto a dirlo—replicarono in coro quasi tutti gli altri giornali, amici e difensori delle classi lavorataci—eppure gli uomini che compongono questo comitato rappresentano qualche cosa; essi rappresentano venti mila operai, come il Consiglio della Western Union rappresenta alcuna migliaia di azionisti; essi rappresentano il loro pane quotidiano e quello dei loro compagni, come gli amministratori rappresentano il loro dividendo e quello dei loro cointeressati.
—Voi—disse allora la New-York Tribune—siete colpevoli di una vergognosa indifferenza verso gli interessi commerciali del vostro paese.
—Gli interessi commerciali di chi?—esclamarono i telegrafisti.—Noi pure siamo dei commercianti e vendiamo il nostro lavoro alle Società telegrafiche. Nei giorni passati trovammo che il nostro lavoro non veniva pagato abbastanza e lo togliemmo dal mercato. E ciò facemmo per favorire i nostri interessi, poichè nel commercio ognuno cerca innanzi tutto il proprio tornaconto. Il pubblico non ci ha accordato nulla e nulla noi dobbiamo al pubblico, come non gli devono nulla i calzolai o i muratori. Tutti i nostri doveri sono verso i nostri padroni e il pubblico non può ritenere che i padroni responsabili di una interruzione di servizio causata da una contestazione a proposito di salari.
Dopo lunghe e inutile trattative con la Compagnia, lo sciopero era cominciato una mattina, dietro un segnale telegrafico convenuto, dato da un giovane telegrafista dell'ufficio centrale, nello stesso minuto, i ventimila impiegati avevano abbandonato tutti il loro posto.
Ora, durante quella lotta, mentre il servizio rimaneva sospeso, io dovetti notare che lo Stato non si sognò mai di intervenire in qualsiasi modo; si lasciarono tenere tutti i comizi che si vollero e se ne tennero da migliaia di cittadini non telegrafisti anche contro la Compagnia, alla quale fu detto che coi suoi lauti guadagni poteva pagar meglio la sua gente.