Vi sarebbe uno studio psicologico interessantissimo da fare sul giro compiuto negli Stati Uniti da Dario Papa mentre io mi trovavo a redigere il Progresso Italo-Americano di New-York e sul suo nuovo indirizzo politico dopo quel viaggio, indirizzo che sorprese solamente coloro che non conoscevano Papa da vicino e che parve invece logico e naturale a chi era testimonio dei suoi scatti nervosi di ribelle, dei suoi sfoghi tanto contro i ciarlatani della democrazia come contro i bigotti della monarchia.
Quando Ferdinando Fontana me lo presentò una sera nel Restaurant Riccadonna in Union Square poco dopo il loro arrivo a New-York, io lo guardai con una specie di ingenua diffidenza, sapendo che era uno dei più reputati redattori del Corriere della Sera e che combatteva cioè per un partito, per il quale, a parte gli uomini, io non avevo molta simpatia.
—Che sia—pensavo—uno di quei giornalisti che pretendono di studiare e di conoscere una nazione in quindici giorni, e che sia venuto qui per mettersi, dopo poche osservazioni superficiali, a scriver male delle istituzioni repubblicane degli Stati Uniti?
Io allora mi trovavo in America da qualche anno; ero reduce da un lungo viaggio nel Far-West e sulle Montagne Rocciose; vedevo che più mi fermavo nel paese e più imparavo a stimarne il carattere degli abitanti e l'organismo politico e amministrativo; e mi irritava la sola idea che un campione del partito moderato italiano si fosse prefisso di fare una rapida escursione nella repubblica nord-americana per non occuparsi che dei suoi difetti e per metterli in ridicolo, esagerandoli, alla scopo di trarne profitto e dire che in fin dei conti è meglio tenersi cara la tale monarchia.
Sapevo già che nei giornali conservatori si ricorreva a questo ritornello, a ogni gaffe dei repubblicani francesi, i quali certamente, avendo conservato tutto l'accentramento delle monarchie e degli imperi, si prestano alle critiche più giustificate, ma che, non fosse altro, si sono liberati da quell'avanzo dei tempi di Bertoldo che è il cosidetto diritto divino.
Ma mi bastò mezz'ora di conversazione per capire che Dario Papa non era uno di coloro che si rinchiudono nella botte dei loro dogmi, rifiutando di vedere e di sentire. Era invece un Diogene uscito precisamente dall'ambiente in cui le combinazioni della vita lo avevano fatto crescere, che viaggiava deliberatamente con la sua brava lanterna per esaminare e studiare il paese famoso della libertà.
E che avesse intenzione di studiare sul serio e profondamente lo mostrò appena arrivato: invece di prendere alloggio in un albergo italiano, incominciò coll'andar ad abitare in un boarding-house americano e a vivere esclusivamente fra gli americani, parlando continuamente inglese, lingua che conosceva imperfettamente e che gli diventò ben presto famigliare.
Poco tempo dopo il suo arrivo s'accorse che New-York non è l'America del Nord e che anzi, per l'affluenza di gente di tutte le razze, è un porto di mare cosmopolita più che una città schiettamente americana. Si persuase che per conoscere bene il paese bisognava spingersi nell'interno, attraversare il vasto continente dall'Atlantico al Pacifico, fermarsi negli Stati centrali, visitare quel curiosissimo territorio che è l'Utah dei Mormoni, oltrepassare la catena delle Montagne Rocciose, arrivare fino a San Francisco, in California.
Per compiere una simile escursione ci vogliono molti mezzi e quelli di cui disponeva Dario Papa come giornalista italiano in vacanza erano piuttosto scarsi, per non dire assolutamente insufficienti. Un altro avrebbe rinunziato al lungo viaggio: egli partì egualmente, sottoponendosi a mille privazioni, pur di vedere e di studiare. Ci vuole una bella dose di energia per intraprendere simili studi!
Quando tornò dopo qualche mese da quel suo viaggio d'istruzione molto dura e spartana, ricordo che era dimagrato e abbronzato dal sole delle grandi praterie, ma contento come una Pasqua, sebbene tormentato di tanto in tanto dalla tosse.