Gli è che da noi si cura più l'apparenza della sostanza. Così abbiamo una quantità di gente che non guadagna dieci lire al giorno e che vuole vestire, frequentare i teatri, tener la casa come se ne guadagnasse venti o trenta. Come faranno costoro? O dei gran debiti o dei gran digiuni.

E l'apparenza non la si ritrova solo nei falsi eleganti, che vogliono vestire meglio di quello che la loro condizione comporterebbe, ma nei discorsi e negli atti più insignificanti della vita. Quanti complimenti, quante chiacchiere inutili!

Un'altra cosa, che in Europa e specialmente in Italia e in Francia fa una sgradevole impressione, è il pullulare dei periodici pornografici, la mostra pubblica delle fotografie di cocottes, di attrici o di ballerine seminude. Un popolo giovane, forte e lavoratore rifugge dalla corruzione. E a proposito di effeminatezza, fa un curioso effetto l'uniforme dei giovani ufficiali con la giubba tanto corta.

Una pessima impressione si riceve poi dalla moneta in circolazione, dalla scarsezza dell'argento, dalla mancanza dell'oro, dall'uso dei grossi soldi di rame e dei piccoli biglietti da cinque e da dieci lire. Il corso del centesimo e dei pezzi da due centesimi da specialmente nell'occhio come un segno di grande miseria.

Una spiacevole impressione fa altresì la caccia che i giovani della piccola borghesia danno all'impiego meschinamente retribuito, invece di dedicarsi all'industria, al commercio, all'agricoltura.

Che dire poi della politica! Si trova che tutto in Italia si fa alla rovescia. Alla vita pubblica dovrebbe prender parte la maggioranza dei cittadini col mezzo del voto, e invece una parte è privata di quel diritto e l'altra, sfiduciata, se ne disinteressa e lascia brigare una piccola minoranza di ambiziosi. All'epoca delle elezioni invece di gran comizi di elettori che, secondo il partito, scelgano i candidati che accettino il loro programma, si vedono dei candidati che si presentano da loro a piccole riunioni facendo essi il programma: precisamente il contrario di ciò che dovrebbe logicamente avvenire.

Tutto alla rovescia, dicevo. Le cure principali dello Stato, delle provincie e dei comuni in un paese come l'Italia dovrebbero essere dedicate alla pubblica istruzione e all'agricoltura, e invece i bilanci di questi due ministeri sono appunto i più poveri e trascurati: e mentre tanti sono i disoccupati che soffrono la fame, si spende un milione e mezzo al giorno nell'esercito e nella marina da guerra, si ha la vanità di costruire dei bastimenti più grandi di quelli dell'Inghilterra e si commette il gravissimo, imperdonabile errore di sperperare milioni in un lembo d'Africa che le potenze più ricche d'Europa hanno sempre sdegnato di occupare.

Si capisce che la causa principale della nostra rovina, dell'abbandono in cui lasciamo l'agricoltura e le industrie è l'esercito permanente. Ma—si dice tutti i giorni—finchè l'Europa intiera non si mette d'accordo per disarmare gradatamente e simultaneamente, chi è che può commettere la pazzia di farlo isolatamente?

E perchè? replica chi viene da un paese senza esercito. Se l'Italia è in pace con tutti e non ha alcuna idea, almeno per ora, di andar a molestare chicchessia, chi è che le potrebbe impedire di sostituire in breve tempo all'esercito permanente tutta la sua gioventù liberamente addestrata al tiro a segno?

Anzichè una imprudenza, non sarebbe, da parte della nazione più giovane, un atto di saggezza e un buon esempio?