Fino dai primi tempi in cui stavo a New-York, cercai di raccogliere notizie intorno al viaggio che nel 1858 fece negli Stati Uniti il mio concittadino Alberto Mario insieme con sua moglie, la signora Jessie White.
E seppi che poco dopo essere sbarcato dal Kangaroo, verso la metà di novembre di quell'anno egli fece a New-York, in una Hall della Quarta Avenue, fra la 19^a e la 20^a strada—ora demolita—una conferenza in lingua italiana sulle condizioni d'allora e sulle speranze dell'Italia. Vi assistettero tutti gli italiani più colti di New-York, oltre parecchi americani amanti del nostro paese e profughi stranieri. L'introito fu da Alberto Mario mandato a Mazzini.
Avendo sentito dire dai più vecchi italiani residenti a New-York che il discorso era stato stupendo, e che a loro pareva sempre di vederlo il giovane e biondo patriota, che parlava con l'accento di una profonda fede nella libertà della patria, che affascinava coi suoi grandi occhi e con la bellissima voce, provai un acuto desiderio di ricercare quel discorso ed ebbi la fortuna di rintracciarne una copia—l'unica, probabilmente, esistente—appunto fra le carte della famiglia della signorina Mary.
La madre di Mary, che aveva assistito alla conferenza, mi diceva che doveva essere stata scritta dall'autore durante la lunga traversata dell'Atlantico. A me è sembrata così interessante che, trattandosi anche di uno scritto inedito che è un vero documento storico, chiedo ai lettori il permesso di farne un sunto, citandone testualmente qualche brano.
La conferenza era intitolata: L'Italia, e portava questa epigrafe di Seneca: Vivere, mi Lucili, militare est. (Traduzione libera: Vivere, o fratelli, è pensare, patire e fare).
Cominciava così:
«Signore e signori: vi venne mai fatto d'incontrarvi in qualche patrizio di stirpe antichissima e gloriosa, presentemente decaduta e nella povertà? Ebbene; l'avrete veduto indolente e altiero, imbelle e millantatore: non vi avrà parlato che degli emblemi della sua arme gentilizia e vi avrà detto:—Questo berretto che sovrasta all'arme è il corno ducale; perchè io sono nipote di dogi: queste bandiere e queste lancie avviluppate, ricordano due miei arcavoli che mossero in Palestina guerrieri crociati. Ebbi fra gli avi miei magistrati integerrimi, letterati insigni, capitani che morirono sulle mura della patria. Sangui illustri per un lungo ordine di generazioni si mescolarono col sangue de' miei maggiori. Non vi dirò nè dei palagi, nè delle ville, nè delle campagne che facevano straricca la mia famiglia.
«E voi, suppongo, avrete interrotto l'orgoglioso ripetitore dell'inventario gentilizio chiedendogli:—Ma tu che possiedi ora? quali sono le opere tue?—Ed egli:—Ma gli avi….—Che avi! parla di te, e rispondi.—E il pover'uomo avrà confessato mormorando:—Nulla!
«Ed a costui le genti straniere assomigliano l'Italia, e la chiamano patrizio spiantato e inetto, e le dicono con sorriso maligno: sta bene, ci hai affaticate le orecchie da lungo tempo narrandoci le tue glorie passate….»
Qui l'oratore, con uno squarcio mirabile in cui sono condensate le più belle pagine della nostra storia, diceva che gli stranieri ricordano che l'Italia, erede della civiltà greca, l'ha diffusa con le sue conquiste nel mondo noto agli antichi, traducendone il pensiero dall'ordine speculativo nella realtà delle istituzioni politiche e municipali, nella pratica delle discipline legislative alle quali tolse il carattere di ineguaglianza civile, che rompeva la società in frammenti gli uni sovrapposti agli altri gerarchicamente, e così si fece precorritrice dell'eguaglianza morale predicata dal cristianesimo.