Così l'oratore riassumeva il linguaggio degli stranieri sulla patria nostra, linguaggio per verità, egli stesso diceva, troppo severo e in qualche parte non giusto, perchè, disotto all'apparente quiete di sepolcro che pesava sull'Italia, la sua gioventù generosa e devota stava apparecchiando in mezzo al popolo gli elementi della risurrezione, e ogni qual volta quella falange sacra era scemata di qualche caduto nelle mani del vigile tormentatore, e il quale ascendeva il patibolo gridando: «Viva l'Italia», il posto per lui vacante veniva occupato da altro che immediatamente gli succedeva; e quella falange di apostoli e di martiri evangelizzava la parola di salute col discorso e con la stampa; acquistava e distribuiva armi, raccoglieva continuamente i patriotti in isquadre e in reggimenti invisibili all'oppressore, e di tempo in tempo alcuni di loro insorgevano e lo assalivano per mostrare all'Italia il suo dovere e il suo diritto, per additarle la via unica di compierlo e di esercitarlo per significare ai suoi manigoldi che la battaglia non era punto terminata, e al mondo che l'Italia era schiava per la cospirazione del dispotismo europeo, ma schiava fremente e indomata e che oggi o domani, o più tardi, ma infallibilmente, si sarebbe sollevata ad affermare luminosamente la propria personalità nazionale.
E quella sacra falange, non solo si componeva di patriotti che vivevano nella penisola, ma di quanti dannati all'esilio serbavano in cuore intatta la religione della patria e sentivano l'obbligo imperioso di non istarsene spettatori inerti del lavoro, degli sforzi e della virtù cittadina dei loro fratelli, e coi gomiti sulle ginocchia e la faccia tra le mani, di non attendere che la libertà cadesse dal cielo come le quaglie agli ebrei nel deserto, ovvero che venisse regalata dai re e dalla diplomazia, che ne sono gli avversali naturali e perpetui.
Nè quelle audacie, quel martirio e quell'esempio riuscirono infecondi. Il fremito di patria dei pochi magnanimi oggimai si riappalesava nelle moltitudini, e si capiva che non doveva tardar guari a risuonare la campana a martello del popolo.
—Però—continuava Alberto Mario—finchè rimane il fatto che l'Italia è serva, quel fatto ci vieta di rispondere vittoriosamente alle accuse e ai rimproveri degli stranieri; e siamo costretti a mormorare loro come quel patrizio—avete ragione. Se non che, è in nostra facoltà di poter soggiungere ciascuno e tutti: ma lavoriamo acciocchè quel fatto cessi. E potete voi affermarlo dal canto vostro? Se l'Italia, la santa madre nostra vi domandasse: O voi presenti, che fate per me? Quale risposta potreste darle? Non basta dire: «Laggiù si lavora a quest'uopo»; ognuno di noi è parte d'Italia; e vuolsi che la coscienza di ciascuno di noi ci ripeta: anche io adempio al mio dovere di cittadino.
Quindi raccomandava agli italiani residenti a New-York di non pensare alla distanza che li separava dalla patria, di associarsi e di porsi in comunicazione con quanti si affaticavano pel suo riscatto: la sola adesione morale sarebbe una forza aggiunta al cumulo delle forze che si stavano ragunando ed organizzando contro l'oppressione.
—Propagate la dottrina del dovere fra i vostri fratelli—diceva— ridestateli alla santa carità della patria se mai fosse muta nei loro petti: formatevi in compagnie, in battaglioni, in reggimenti, addestratevi alle armi: date il vostro obolo mensile per acquistarle: qui nel paese più libero del mondo, potete fare apertamente ciò che altrove ai fratelli vostri è interdetto. Provvedete così di trovarvi pronti alla prima chiamata del paese. Colla parola e coll'esempio mostratevi degni della libertà che volete conquistata alla vostra terra materna. Questo libero popolo americano non vedrà più in voi una gente dispersa sulla faccia del mondo senza tenda e senza intento come l'Ebreo errante, ma un sodalizio di confessori di un'idea, di sacerdoti d'una causa sacra e vi avrà in considerazione e rispetto e vi fortificherà della sua adesione morale e forse anche del suo aiuto.
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Nella seconda parte del suo discorso Alberto Mario esaminava la questione di sapere come e sotto quale bandiera l'Italia si sarebbe alzata a combattere la battaglia per l'unità nazionale e la sua indipendenza.
Si accusavano gli italiani di essere discordi; da ogni lato loro si predicava l'unione, perchè, secondo il vecchio proverbio, l'unione costituisce la forza.
—Ma, per avere la forza—diceva l'oratore—vuolsi l'unione di elementi omogenei, se no, in sua vece avremo miscuglio e confusione che generano la debolezza e l'impotenza. Vuolsi una bandiera che rappresenti l'idea nazionale, segni la via che conduce alla meta, e tolga le incertezze, le perplessità e i governi provvisori che partoriscono necessariamente la sconfitta. Si è mai veduta unione più meravigliosa di quella degli italiani nel 1848? Tutti ripetevano ad una voce: «Non si discuta ora di nulla! prima fuori lo straniero, poi c'intenderemo sul da farsi!» e furono veduti re, cortigiani, commissari di polizia, spie, preti, papa e popolo tutti in un mucchio per cacciare lo straniero, e dappertutto governi provvisori e bandiera neutra. E il risultato? L'Italia più schiava di prima. E perchè? perchè quella era un'unione bastarda, un accozzamento assurdo di elementi eterogenei e intrinsecamente nemici.