E qui esaminava codesti elementi e per giudicare il carattere e le tendenze del popolo italiano, ne indagava la vita anteriore. Qual è, domandava, la vita passata del nostro popolo, quale la sua tradizione storica? La risposta si compendia in un motto: la repubblica.

Non andrò, diceva, così lontano da cercarvi le prime radici della tradizione italiana nelle trentasei Lucumonie etrusche, gloriosissima federazione repubblicana che comprendeva oltre due terzi d'Italia, quanto è chiuso tra il Ticino, le Alpi, il Po, l'Arno, il Tevere—da Ercolano e Pompei alla città di Adria:—non nelle repubbliche della magna Grecia e di Sicilia; non nella Repubblica Romana e nell'Impero, degenerazione, o meglio trasformazione della Repubblica Romana, ove l'imperatore era elettivo, nè osò mai chiamarsi re, e imperatore significava comandante di eserciti, e durante l'Impero si è gettata una delle basi del principio repubblicano avvenire—l'uguaglianza sociale.

La Repubblica aveva dichiarata l'uguaglianza fra gli Dei, e aperse il
Pantheon a tutti indistintamente.

Stabilito questo principio, doveva derivarne logicamente l'uguaglianza fra gli uomini, perchè la società umana è sempre un raggio riflesso della sua religione. I Cesari, pertanto, furono gli esecutori necessari e forse inconsapevoli del programma religioso della repubblica romana. Studiate Tacito e ravviserete nei Cesari due persone distinte—il mostro e il legislatore.—E voi forse stupirete udendo che Augusto assicura la libertà e la dignità delle donne; Tiberio stabilisce in nome dello Stato il credito fondiario senza interesse; Nerone rende gratuita la giustizia e propone di abolire le imposte, difende la causa degli affrancati contro la nobiltà, e Domiziano ne assicura l'uguaglianza coi cavalieri, e Claudio rende inviolabile la vita degli schiavi; Adriano Commodo e Alessandro proteggono lo schiavo dalla prostituzione, dall'abbandono e persino dall'ingiuria, e Caracalla sorpassa il pensiero dei Gracchi riconoscendo l'uguaglianza sociale in tutto il mondo romano, tanto è grande, nota Edgardo Quinet, la potenza di un nuovo dogma quando comincia a penetrare le istituzioni sociali, che i mostri stessi vi obbediscono! I Cesari, che sembravano altrettante barriere all'innovazione, ne divengono gl'istrumenti servili. Taluno di quei feroci trascina ruggendo il carro dell'umanità. Ma lasciando in disparte queste epoche remotissime, benchè si rapportino alle posteriori e recenti per una catena di nessi, per una sequela di germi sviluppatisi più tardi e che sfuggono agli osservatori superficiali, basta limitare le osservazioni all'età moderna.

Sino dal secolo dodicesimo l'Italia cominciò ad essere popolata di repubbliche da Torino ad Amalfi, tutte d'indole popolare, compresa la stessa Venezia, che serbossi democratica per 700 anni, uscite quasi magicamente di sotto al turbinìo delle trasmigrazioni barbariche, mentre in tutto il resto dell'Europa non ne derivò che il feudalismo—seconda edizione con aggiunte della barbarie.

Dante e Macchiavelli, Enrico Dandolo e Sarpi, Lercaro e Colombo, Giotto e Michelangelo, quanto insomma vi ha di grande negli ingegni, nei monumenti, nei fatti, sino all'età nostra, nacque, crebbe e cessò con le repubbliche.

Ma una cancrena irreparabile erasi infiltrata anticipatamente nel cuore istesso della penisola: e vietò a quelle repubbliche di sentirsi sorelle, figlie d'una madre comune, l'Italia, di stringersi insieme a rendere inaccessibile altrui il mare e le Alpi; inutili Alpi, come le disse Carlo Cattaneo malinconicamente e profondamente. E questa cancrena fu il papato.

I papi dominando sui cuori, sugli intelletti e sulle azioni del mondo occidentale con autorità assoluta ed infallibile derivata dallo Spirito Santo dal quale, ad udirli, pigliavano ogni mattina la parola d'ordine per reggere le pecore umane, cosicchè disponevano a loro talento delle corone dei re e delle sorti dei popoli, i papi spiegarono nel modo seguente la dottrina di Cristo.

Cristo ha detto—il mio regno non è di questo mondo: dunque, soggiunsero i papi, questo mondo appartiene al suo vicario. Stabilita la massima pensarono all'applicazione e riuscirono.

Ma la sovranità morale sulla terra, comechè conquista gravissima e preziosa, non soddisfaceva la loro cupidigia. Volevano qualche cosa di reale, di effettivo e che si toccasse con mano, perchè i papi, del resto, benchè vivano in una mistica conversazione col Paracleto, furono sempre uomini pratici.