CRISAULO. Che dirai? T'intendo ben. Sei stato fino a sera lá, con qualche carogna che ha per casa, ed or vuoi far la scusa.
FILENO. Io non lo niego. Ma non son giá carogne; ché, a la fede, c'è di bei visi.
CRISAULO. Tanto avestú fiato.
FILENO. Vo' che vi venga, un tratto, e che tu veda l'opre belle che fa questa tua arpia. Il collo torto, il volto consumato, quegli occhi lagrimosi accompagnati con l'abito fratino e i paternostri che sempre biascia inganneriano il tempo che inganna ognuno.
CRISAULO. Di' che cosa è questa, se lo sai dire.
FILENO. Io te ne dirò parte. Tu vedi prima una casaccia antica fatta al tempo de l'arca; e poi le stanze fantastiche, affummate; e, per la casa, vecchie sciancate che paion Creonte; ed una infinitá di fanciullette che tien (come faremmo noi i capponi sotto la cesta) perché venghin belle. E, quando poi son grasse e da qualcosa, le vende, le trabalza e con danari ne fa ogni derrata. Ivi tutte hanno il lor proprio esercizio: una pesta ossa e piú cose bizzarre; una crivella le polveri e sementi; un'altra l'erbe mette ne le strettoie e cava il sugo; questa fa medicine; un'altra unguenti, penso, da gambaracci e simil cose; una è in lavar la trementina; e l'altra, falserá sollimato e, con salnitro e solforo, fará puzzar la casa. E vedi poi, d'intorno, mille fatte di lambicchi e campane da stillare, bocce di vetro le piú contrafatte del mondo. Ivi fornaci, scaffe e stufe, orci, fiaschi, arbarelli e tarabaccole. Per le fenestre fiori, erbe e sementi, radici, zucche, zucchelle e pignatte, laveggi, pignattini e speziarie e cose strane. E ci vedrai d'augelli piú membra; e piú animali scorticati; e pelle e grassi e sangui come inchiostro; unghie e capei morti.
CRISAULO. Io son giá sazio.
Non mi dir piú, ti prego.
FILENO. Odi ancor questa. Oggi vidi stillare a una campana che è fatta appunto com'un uom che s'abbia le man miso in su' fianchi; che credetti morir di rise. V'era cinque o sei di quei visi affummati intorno al fuoco, che parean le donzelle di Vulcano giú nel regno di Dite. Ancor piú oltra passando, vidi in una gran caldaia il piú schifo belletto, che a la prima mi fe' voltar lo stomaco a vederlo, ove dicevano esser perle e gioie, oro e coralli. Poi ne vidi un altro d'un'altra fatta, che v'era ammarcito un mondo d'uova e colombi favacci e teste di castroni e pilpistrelli e piú grassi e biturri e piú pastocchi che qualche volta.
CRISAULO. Sú! Fornisse, un tratto.
Fa' che si ceni. Che ora può essere?
FILENO. È passato di poco un'or di notte.
Entriamo in casa.