SCENA VII

Venendo di notte Filocrate a la posta a Lúcia e non vedendola, si pensa che una pignata, ove era steso un fassoletto, sia essa e non li voglia rispondere: onde se ne parte tutto pien di sdegno. Pilastrino, in questo, cercando Listagiro, si imbatte a veder tutto quello che fa Filocrate; ed apre piú la cosa e mostra che la cena si indugerá a l'altra sera per non aver trovato Listagiro.

FILOCRATE solo, FRONESIA fante a la fenestra, PILASTRINO.

FILOCRATE. E ch'io mi sia ingannato non può giá star; ché questa è pure appunto l'ora che m'ordinò. Vo' ritornare un'altra volta. Vincer pur devrebbe la lunga servitú, la mia pazienza sí cruda mente. Visch'! visch'! isch! Oh! Eccola; è venuta. Pensai bene: ché, s'io non ritornava, forse ch'ora s'andava al letto; c'ha la scuffia in testa. Guarda come riluce! T'ho aspettato qui, giá tre ore. Io non credo che pensi a me, se non a caso; e, per quai merti, o qual mio fallo, mi sei sí crudele? Ci debbe esser di nuovo qualche amante che ti de' tôr di mente la mia fede, l'amor, la servitú che tanto tempo hai visto in me.

FRONESIA. Chi sento giú? È Filocrate.
Ma con chi parla?

FILOCRATE. Prego che mi dica
la cagion del tuo indugio perché dentro
giá 'ncominciava a sentir tanto sdegno
che forse anco avrei preso de' partiti.
Non vo' dire altro.

FRONESIA. Odi. Costui vaneggia.
Oh! Va', ché tu m'hai pien del tuo cervello.
Parla con l'aere.

FILOCRATE. Tu non mi rispondi, Lúcia? A chi dico? E' non sta però bene far tanto strazio di chi sai che t'ama piú che la vita propria. Aimè, che torto! Lúcia, ti prego, attende a quel ch'io dico. Non mi lasciare andar cosí istasera beffato a casa, ch'io ti do mia fede che te ne pentirai.

FRONESIA. Oh! co! co! Parla a una testaccia, che v'ho steso sopra un fassoletto.

FILOCRATE. Aspetto ancora alquanto,
se ti muove piatá.