FRONESIA. Puoi aspettare.
Chi nasce matto non guarisce mai.
Il mal tuo non è a lune.

FILOCRATE. Deh! Se mai ti venne in cuor del mio lungo servire poco ricognosciuto e de la fede e di quanto per te giá mai soffersi amando e di giá tanti spesi giorni ne' tuoi servigi render qualche cambio, mostrami tutto in questo; e fammi grazia d'una parola.

FRONESIA. Ve' che bella predica! Cosa appunto da lui, oh! far l'amore a una pignata e voler convertirla con sí belle parole!

FILOCRATE. Aimè! che in vano prego un sasso, una tigre e mi querelo. Altronde porti i miei lamenti il vento; ch'io mi risolvo al tutto di cangiarmi di sentimento, poi che piace al cielo. La prima non è giá, ma ben fia forse l'ultima. Sí, che ancor ne piangerai!

FRONESIA. Oh! Sta', ché si scorruccia. Voglio andare, ch'io creperei. Tratterrò in tanto Lúcia, ché non venisse a sorte a la fenestra e guastasse la torta. Oh! co! co! co!

FILOCRATE. Abbi speranza in donne! abbi in lor fede! credeli il paternostro! Ahi reo costume! Chi tanto ha posto in voi di falso e vano? tanto di crudo, iniquo, acerbo ed empio? Chi vi ci fa suggetti? Ma che! Forse la sorte mia, perché non peni sempre, sempre non mi ritrovi in quello errore in che ora sono e perché n'esca un tratto, sí mi governa. Assai mi fia acquistato, questa sera, d'aver l'empia natura cognosciuto di voi. Prometto a Dio, per l'avenir, come foco e veleno e mortal peste, di fuggirvi sempre. Troppo era lieto de la mia fortuna che, sovr'ogni altra cosa desiata, ti m'avea dato. Ma cognosco or chiaro che tutto era a la mia futura vita amaro tòsco; perché, alfin, tai frutti si ricoglie di voi e di tai fiori tai fronde e rami suol vostra radice produr fra noi. Pianta empia, rea, mal nata! Che 'l ciel la sterpi. Ma di Giove l'ira a tanta iniquitá punire è tarda. Venga almen, poi, cosí grave e focosa che n'arda anca il terren con le radici. Voglio, prima, di questo consigliarmi con Sofomide mio. E, se ci è via che la possa lasciar, che a l'onor mio, mancando, non mancassi, anzi morire son risoluto che mi ponga in casa un drago tal, sí velenosa vipera m'allevi in seno.

PILASTRINO. Io sono stato un'ora a sentir questo pazzo. Che può avere? Tanti lamenti e tante bravarie! Debbe esser, certo, a la fenestra Lúcia, ché fa lo squartator; Vo' fare anch'io l'amore. È quella? Sta'. Non è? È pur dessa. Dico non è, potta de la fortuna! ch'è, credo, una pignata. Oh! co! co! co! Io so che l'è col manico. La voglio puor fra le cose del piovano Arlotto: come quell'altra che fece Listagiro per uscir di prigion; che si fe' morto e, quand'il portâr fuori a sotterrarlo, se ne fuggí, pestato prima il volto a un di quegli sbirri che 'l portavano con un gran pugno. Or veggio ben che Amore fa travedere appunto a questi sciocchi come fa 'l vino a me. La vo' contare in piú di cento luoghi, anzi ch'io dorma. Io lancio de la fame; ché ho cercato quest'altro parasito tutto il giorno. Or mi risolvo che non è possibile che ceniamo istasera. E che 'l vecchione impari, un tratto, a fare a la civetta in terzo con duo mastri di rapina! Forza è che l'indugiamo un dí vantaggio per farla netta; ché a trovar Listagiro non basteria 'l piú valente pilotto che guardi carta. Io so che in Pizzimorti non è stato oggi; e ancora in Fiaccalcollo né in Gattamarcia non è capitato. Sempre che abbiam da far qualche bel tratto par che intravenga questo. Fia forse ito verso 'l tinel del cardinal de' Medici a cortegiare il cuoco. Oh! Quel signore devria adorar ciascun, poi che senz'esso ogni virtú mendicherebbe un pane, come soleva, nunc et usque in seculi. Io mi muoio di fame; ed ho pensato di stendermi in fin lá, dove, se 'l truovo, scroccherò prima anch'io, poi daremo ordine a questo offizio per diman da sera. Lasciami caminar, perché a la mensa beati primi.

ATTO II

SCENA I

Artemona viene, in sul far del giorno, a parlare a Crisaulo e li trae di mano un'altra soma di farina e prometteli, sotto scusa di andare a stender camicie, di parlare a Lúcia.