GIRIFALCO. Questo è vero: ché, quando voglio fare una cosa io… Orsú! Non vo' lodarmi. Di persona non son giá infermo: ché, da questa poca di gotta in fuori e certo mal di rene e la pietra, che è giá forse vent'anni che la sento, con questo catarretto…, oh! co! co!…
PILASTRINO. Ti dia Iddio.
GIRIFALCO. … aiuti anche a te… … mi sto assai bene.
LISTAGIRO. Orsú! Tien questo a mente. Tu déi venire, anzi che passi troppo, al desiato fin d'una tua impresa: e fia per la virtú di duo pianeti le cui opposizion debbon pure ora mancare al fin di questa nuova luna. E le cose che son giá lungamente desiate verranno a buoni effetti. Però sia allegro. Or non vo' qui discorrere il ciel di cerchio in cerchio e i loro aspetti. Ma ho detto appunto.
PILASTRINO. Basta. È da vantaggio.
Diamo una volta in piazza.
GIRIFALCO. Io non potrei,
maestro, ringraziarti a la metá
di quel che…
LISTAGIRO. Lascia andare or le parole.
Ringrazia il cielo che ci ha fatti degni
di tanta sua virtú.
PILASTRINO. Studia la cena.
GIRIFALCO. Non furia, Pilastrino, perché Orgilla mal può sola conciar tante vivande quanto comprasti.
PILASTRINO. Avresti da allegrarti e tenerti felice, che ho provisto robba a bastanza: ch'io ti so dir certo che t'avremmo mangiato al manco mezza cotesta tua giubbessa in su le spalle e da mano e nel petto; che sarebbe com'un presciutto appunto.