FRONESIA. Volesse Iddio che cosí fosse il vero! ché sarei piú contenta.
LÚCIA. Dimmi tutto quello che c'è, se mi vuoi far piacere. Non indugiar.
FRONESIA. Questo non farò io: ché so meglio di te se sia piacere intender cose tali; e poi non voglio, per l'affezion che gli hai.
LÚCIA. Omai di questo non mi san piú per tôr passion né affanno, visto quanto in lui regni villania e ingratitudine; anzi, il grande amore è vòlto in odio.
FRONESIA. Tel vo' dir. Suo danno! Io era, poco fa, sú, a la fenestra, quando il vidi apparir lá giú lá giú. E, d'allegrezza, non potei soffrire di venirti a chiamar; ma gli andai in contra e, giuntolo al fornaio, il salutai da parte tua. Ma non patí ch'appresso gli andassi, ché mi fece un viso arcigno, come quel giorno; e, minacciando forte, parlava da ubbriacco. Io mi li tolsi dinanzi e, nel parlar che fe', mi parve sentirli dir che istasera a tre ore tu l'aspettassi, ché volea venire a punirti di tanta iniquitá e tanti tradimenti; e forse in modo (dicea) che non fara' peccati, dopo: onde mi ritornai, correndo, a casa. E tremo ancora.
LÚCIA. E questo è vero? Oimè!
FRONESIA. Cosí fosse altrimenti!
LÚCIA. E che fará?
FRONESIA. Potrebbe venir qui con una schiera di quei suoi soldatacci; e tôrti a forza e far quello che vuole e porti poi in vergogna del mondo.
LÚCIA. Oimè meschina! E che farem? Non voglio che mi truovi. Anderò a stare a casa di mia zia; e lo dirò a mia madre, poi che 'l cielo cosí dispuon di me.