PILASTRINO. Oh che dolcezza a maneggiar queste patacche gialle! Ne giova piú che del fuoco l'inverno e del fresco l'estate e d'un buon greco quando son riscaldato nel parlare. Oro, piú dolce che 'l zuccaro e 'l mele e piú assai che 'l mangiare a la taverna e poi dormire! perché, senza questi, quel paradiso è chiuso e ne intraviene com'a' viandanti, ne' tempi di peste, senza la fede. Io non vorrei qui, ora, il piú bel cul che mai mostrasse augello pelato ne lo spiedi o ver di donna vergine abbracciamenti. Questo è degno piú d'ogni cosa e tanto dolce e amabile che mi fa tutto qui struggere in oglio. Or non mi meraviglio se quel vecchio tanto è vivuto piú che non deveva senza mangiare o ber; perché mi penso che si pascesse d'esta dolcitudine, come farebbe ognun.
CRISAULO. Guarda che in te non facciano il contrario; che, anzi 'l tempo, non ti faccin morir con un capestro: ché sai ben che a la fin…
PILASTRINO. Tu hai poco ingegno. Deh! Non mi ricordare i morti, a tavola. Or credo ben che quel Giupiter, Giove, quando s'innamorò, si rivolgesse in questa forma. Guarda gran fatica ch'ebbe, a far ch'una donna l'abbracciasse! ché, se fosse la Morte inorpellata con questo, gli anderia dietro ciascuno né sarebbe secura nel suo regno. Ch'altro è vedere una gran verga d'oro che 'l viso d'una donna! E questo il pruova: che veggiamo adornarne un lucernaio e parere una sposa.
CRISAULO. Altro non s'ama, oggi, altro non s'onora; e saria degno di tanto onor, se non avesse seco sempre tanto di amaro e tante pene e tante passioni.
PILASTRINO. Io voglio ire ora a sotterrargli, che non veggian mai piú l'aria: perché gli è d'una natura che a chi non l'ama sbudellatamente s'ingegna di fuggire, e in questo ha l'ale; al ritornar, di poi, ne vien gottoso, vecchio e sí lento che, 'l piú de le volte, siam morti prima che di nuovo a noi sia ritornato.
CRISAULO. Non è giá possibile che 'nsieme con amor non venga a pari la gelosia. Chi l'avria mai creduto che, a questo modo, in fine a Pilastrino, sol per aver danar, divenga avaro? Oh! Va' pur lá.
ATTO IV
SCENA I
Filocrate viene a tre ore, accompagnato, per parlare a Lúcia, la quale li dice, per consiglio di Fronesia, una gran villania; ed egli, per il non sperato tradimento, divien furioso.