SCENA III

Artemona, parlando con Lúcia, fa destramente offizio per Crisaulo: e, parlando poi con la madre, le dá intenzione che Crisaulo la sposerá.

ARTEMONA, LÚCIA, CALONIDE.

ARTEMONA. Oh! Non pensare: ché lo vidi a la prima che tu eri d'altro adirata. E però feci poca stima de le parole, ché altrimenti non ci sarei tornata: ché, dove uso, son troppo avezza ad esser ben veduta e accarezzata.

LÚCIA. E che vorresti mai? che ti pigliassi in braccio e ti basciassi com'un bambino? Tu sei troppa grande! Eccoti qui de' baci quanto vuoi. Queste non son carezze?

ARTEMONA. Ah luce mia, piú bella e risplendente d'ogni stella e piú cortese di ciascuna donna! Ho giá con tante donzelle par tue praticato e mi par che a te ciascuna ceda di tanto quanto al mio bel sole cede, nel cielo, ogni stella minore. Però non ti debbe esser meraviglia s'un giovinetto, a la prima, si perde in te e ti si dona; ché, s'io voglio dirti la veritá, come mi vedi, son quasi innamorata anch'io di te. Foss'io pur uomo!

LÚCIA. E perché? che faresti?

ARTEMONA. Altra felicitá non vorrei al mondo ch'esserti appresso. Ma poi, quando io fosse, non vorresti vedermi.

LÚCIA. Tu ti inganni.
Fossi quel che volessi, non potrei
se non esserti amica.

ARTEMONA. Oh! Questo, fallo al tuo Crisaulo, ch'omai sai pur certo quanto che t'ami; e l'avrai fatto a me, che t'amo pur di cuor. Ma voi fanciulle fate profession d'esser crudeli e di lasciar morir prima la gente che li porgessi aita d'un sol guardo o d'una paroletta; ma, nel fine, tornan sopra di voi: non me n'impaccio. Ma non è giá 'l dover chi tanto v'ama apprezzar cosí poco. Tieni a mente che al pentirci siam noi sempre le prime, come l'ultime a creder.