LÚCIA. Non t'intendo.
Parla piú chiaro.
ARTEMONA. Io so che vuoi mostrare esser di tutte l'altre la piú savia e piú da ben.
LÚCIA. Perché?
ARTEMONA. Perché tu sola vuoi governarti al contrario de l'altre che non son manco belle o meno oneste che ti sia tu.
LÚCIA. E in che?
ARTEMONA. Dico che l'altre tutte fan buona cera a chi con vero veden che l'ami; e non è donna al mondo che non abbia piacer d'essere amata, come tu mostri.
LÚCIA. Io sono, in queste cose, nata troppo infelice e disgraziata. E però mi risolvo sempre mai, quanto potrò, fuggirle perché insieme fuggirò quei travagli e quelle pene che fanno altrui morire innanzi al tempo. Io l'ho provato e cognosco oramai quel ch'è 'l cervel d'uno uomo.
ARTEMONA. Tu mi strazi. Io priego Iddio che faccia, in penitenza di tanto mancamento, che tu pianga, un tratto, per qualcun, come or ne ridi: ché forse allor mi terresti piú cara. Ecco tua madre. Voglio andar da lei. Come ne parlo piú…
LÚCIA. Sta': non andare.
Quando tornerai in qua? verrai stasera?
Non odi?
ARTEMONA. S'io verrò, tu mi vedrai.
Calonide, buon dí.