CALONIDE. Dio ti contenti,
Artemona. Tu hai una buona cera.
Buon pro ti faccia.

ARTEMONA. Cosí dice ognuno.
Ma non lo credo lor, ché le mie gambe
mi dicon quel ch'io son.

CALONIDE. Di', per tua fé:
come la fai con gli anni?

ARTEMONA. Oh! bene, bene: ché passan via che non li veggio a pena; e mi fan cosí buona compagnia ch'altro dolor non ho sempre nel cuore se non che non stan meco o ver, partiti, non ritornan mai piú.

CALONIDE. Questo intraviene a tutti. Che hai di nuovo?

ARTEMONA. Io ci ho sol questo (e son venuta a posta per saperne da te la veritá): ho inteso dire c'hai spedito giá a fatto la faccenda di Lúcia tua; benché non posso crederlo, per quel che mi dicesti ultimamente che non volevi farlo, inteso pure de la persona la condizion trista. E tanto piú ch'io dissi che quell'altro volea pensarci e che potrebbe stare, a quello ch'io vedeva, che, a la fine, se l'avesse sposata. Or ti risolvo ch'egli 'l fará. Se l'avessi giá data, fa' ch'io lo sappi.

CALONIDE. Io te lo dissi, allora, che non s'è fatto nulla di Filocrate né s'è per far; ché, se mi ritornasse carico d'oro, non glie la darei. Poi ti dico de l'altro: che non voglio che noi pensiam tant'alto, perché poi non ci venisse come quella fola di colui che voleva andare in cielo con le penne di cera.

ARTEMONA. Non fai nulla, se guardi a queste cose. Tu sei savia. Sappia pigliare il tempo: ché i partiti sono oggi scarsi.

CALONIDE. Ascolta. Non vorrei che si dicesse, poi, che avessi fatto, per fargliela pigliar, qualche malia o qualche tratto che non fosse onesto; perché sa ben ciascun quanto in fra loro sono i gradi ineguali.

ARTEMONA. Lascia a lui pensare a questo; ché a te non sta male, s'ei fosse ancor da piú. Fa' che la sposi; e lascia dir ciascun.