ARTEMONA. Questo omai si sa.
PILASTRINO. E benché, qualche volta, di goderla abbia qualche contento, provo spesso l'amare pene, gli affanni, i martíri, i travagli e l'angosce, che, non solo non prova innamorato, ma pur donna, s'è sopra a parto, non gli sente tali, quando ne sto, da poi ch'è giorno, un'ora senza entrare in cantina.
ARTEMONA. Io te lo credo.
PILASTRINO. Le contentezze, le beatitudini e le gioie e i piacer gusto ne l'anima, e nel corpo a un tempo, quand'io vado a mangiar con qualcuno ove si trovi la mia padrona.
ARTEMONA. Questi son buon punti. Mi pari un Salamon. Saresti buono a leggerne in iscranna.
PILASTRINO. E poi le fiamme ardenti, che loro han sempre nel cuore, sent'io spesso per tutto e, qualche volta, in modo ch'io ne sudo e bagno tutta la camiscia e le brache, quando posso pigliar, sotto le volte, al magazzino, la grazia di san Paulo con quel greco ch'io bevvi l'altra sera.
ARTEMONA. E, per ventura, debbi veder tutti quegli animali, aspiti, bisce, tarantole e serpi, come se fossi in banco.
PILASTRINO. Bene spesso. M'agghiaccio, poi, e m'affreddo e mi risolvo come la neve al foco e al vento nebbia, s'io sto, l'inverno, che non magni sempre e mi scaldi col vino.
ARTEMONA. Siam piú d'uno.
PILASTRINO. Io, finalmente, come fanno loro, esco di me, divento furioso, divento povero e cosí ridiculo. Ed in questo ho avantaggio: ch'essi cercano, con ogni studio, per la cosa amata (il che il piú de le volte gli intraviene), venir mendíci; io sono stato sempre e, s'io non era savio, sarei ancora per l'avenire. E in tutte queste cose sento dolcezza. E tanto piú, se sono in quelle fiamme, in quei caldi che pare che 'l mondo giri. E talor veggio i cieli aperti tutti, com'un frate santo, e gli angeli suonare. Io canto e ballo. E poi mi par ch'io cado giú a ruina in un rio fresco fresco che talvolta (ti dico il ver) mi fa di contentezza pisciarmi sotto.