ARTEMONA. Questo l'ho provato piú d'una volta anch'io; ma non vien da altro che bere il vin senz'acqua.
PILASTRINO. Non fa male a chi v'è usato. Non vo' dir de' sogni, ché ne potrei contar piú di trecento millia novanta dodici. E ben spesso mi sogno: e poi, svegliato, mi ritrovo sotto una scala o in cánova o in cucina o sotto un desco; e poi non mi ricordo se andai la sera al letto o se vi fui portato da qualcuno. E sí mi pare aver sognato le piú nuove cose del mondo! Cosí loro ancora abbracciano il loro amore in sogno e di poi, desti, non fan che lamentarsi. Dice l'uno: —Beato insogno!—e, di languir contento, d'abbracciar l'ombre e imbrattar le lenzuola d'un dolce pianto…
ARTEMONA. Ah! ca! A quanti intraviene!
PILASTRINO. Dunque non mento. L'altro chiama il cielo crudel che in quella tanta dolcitudine non l'ha fatto morire o ver concesso di non destarsi mai. Cosí facc'io, se mi truovo, in quel sogno, ben pasciuto. Allor vorrei che 'l mondo stesse sempre in quello stato. Ma poi, come indugio ogni poco, incomincio a sentir dentro gli asprissimi dolori de la fame: ond'io mi adiro e squarto e maledico; e, se pur sono in luogo che non possa farlo forte a mio modo, da me dico la messa piana, come ne l'incanto faceva Girifalco. Ma vo' dirti. Sento un sonno assalirmi che non posso tener piú gli occhi aperti.
ARTEMONA. Sí: t'ho inteso. Va' dormi; n'hai bisogno. Io 'l vidi al primo, ch'era cotto a l'usato.
SCENA VI
Crisaulo, avendo parlato con Calonide, le promette ultimamente di sposar la figliuola e si fa conceder da lei di dirle duo parole: le quali, come poi si vedrá, fûrno di sorte che egli ottenne per quelle, la sera medesima, quanto desiderava.
CRISAULO, CALONIDE.
CRISAULO. Io ti ringrazio de l'affezion. Ma vegnamo a la fine. Piú volte abbiam parlato; e cosí Artemona t'ha detto la mia mente. Or ti concludo, e dico espresso, se ne sei contenta, ch'io sono in ogni modo risoluto di tôrla per mia donna e di sposarla: ché altro non truovo, al fine, in questo mondo che contentarsi; e so che può di lei contentarsi ciascuno.
CALONIDE. Io t'avea dato, figliuol, tempo tre giorni, ché potessi pensarvi bene; perché queste cose so come vanno e questo grande amore non dura sempre. Ma, poi ch'in te veggio cosí gran desiderio, non mi pare di poterti mancar; ma ben cognosco quanto sconvenga a te tôrre una donna sí poverina.