GIRIFALCO. No, no. Sono oratori de' veniziani. Parti che sia onesto che venga a star fra lor?
PILASTRINO. Sono oratore anch'io, per questo; ma non so concludere. Non avrò premio da la mia republica. Vatti con Dio. S'io non ti pelo, un tratto, quella barbaccia nido di piattoni, non sarò mai contento. Volpe vecchia! ché non penso, cercando tutto il mondo, si ritruovasse un che sopra il quattrino fosse piú scozzonato. Se potesse chi te n'ha giá fatt'una farne un'altra, forse che perderesti il ciaccolare e lo schermo.
SCENA III
Essendo, di notte, Crisaulo andato da Lúcia per l'ordine avanti preso, vien Fileno verso la casa; e trova Timaro il qual, devendo aspettare il padrone, era fuggito. E, mentre li dice villania, Crisaulo scende da le fenestre e manda subito a donare a la roffiana una gran collana che aveva al collo.
TIMARO, FILENO, CRISAULO.
TIMARO. Addio, Fileno. M'avrebbe dato troppo, s'io aspettava. Tu non mi ci corrai. Son quasi stato per non tornar. Mi sta a metter paura. So che venni correndo un pezzo in giú prima ch'io mi fermassi.
FILENO. Io la sapeva. Non restò giá da me che nol dicessi, che cosí potea armare un paracuore. E sei fuggito? Che avesti paura? dei morti?
TIMARO. A la fé, sí, cosí a la prima; ma non fuggiva. Poi vidi venire non so chi camminando per la strada: onde mi entrò paura; e m'appiattai e poi venni correndo in fin qua giú, che non mi son fermato.
FILENO. Se non fosse per non far qui romor, ti caverei quell'arme tutte e ti concerei in modo che ti ricorderesti, manigoldo, sempre di questa sera.
TIMARO. Orsú! Sta' fermo;
lasciami star. Lo saperá il padron, veh!
Eccolo.