FILENO. Corri lá! Tien quella scala.
Buon pro ti faccia.
CRISAULO. Pian! Senza romore. Timaro, va', corri ora e trova Artemona. Dálle questa collana; e sappia dirle ch'io glie la mando perché da lei intenda almen parte di mia sorte felice a cui si truova esser stata presente. Chi è piú contento al mondo?
FILENO. È ben passata. Saranno pur finiti tanti pianti. Sempre ho sperato; ch'io sapeva bene quanto possa in noi l'oro che le porte che fosser di diamante rompe e spezza. Pensa che ci può il cor d'una donzella! Con questo ci ha insegnato vincer Giove la castitá e l'onor, se fosse in carne. Di': come andò?
CRISAULO. Deh! non mi molestare, ché di dolcezza il cor mi si diparte. Poi, un'altra volta.
SCENA IV
Filocrate, il qual, come povero, in abito di pelegrino, era fermatosi ne la corte di Lúcia, con consentimento loro, in su certa paglia, vede Crisaulo andar da lei ed uscirne; e minaccia tutti e duo di ammazzarli, pure in lingua spagnuola, perché ancora non appare che si sia scoperto.
FILOCRATE solo.
Ai porque no me a dado el cielo, pues que era ia de tanta servidumbre salido, de allí léjos morir allá donde el morir podia venir con men dolor? Quisa sará que, con la morte sua, mucho allá contiento andaré; si de un tan grande ultrage yo saco venganza. Quiero ir allá, como el buelva esta noche; y hazer de maniera que su cru- el condition y tan mala natura sea castigada; en exemplo de l'otras que siempre tales costumbres tienen. Quiero que esta man castighe a todos dos y despues me ya mas contento saque de tanto trabaio y pena.
SCENA V
Crisaulo, ritornando a casa, ringrazia il cielo de la felicitá che in quella notte li concesse e racconta a Fileno la istoria tutta succintamente; ed è da lui in modo persuasoli il partirsi de la cittá che si dispuone di partir la mattina a giorno, per non averla a sposare; come, stretto da amore, dubbitava di fare.