CRISAULO, FILENO.
CRISAULO. Grazie immortal ti rendo, grande Iddio, chiunque sei del cielo e de la terra governator, di sí gran benefizio e largo dono; e a te, maggior pianeta, ch'ogni cosa terrena col tuo lume governi e reggi (che giá tante volte, al dipartir, mi lasciasti sí pieno di pensier tristi, ed al ritorno, poi, lontan da ogni riposo a tragger guai), che, rivolgendo altrove il chiaro giorno, lasciando dietro a te l'ombrosa notte, a tanto mio contento desti luogo. Luna, e tu parimente, che porgesti, velando il chiaro viso di piú oscure e fosche nubi, a tal felicitá favor, non sará mai mia lingua stanca in pregar chi che sia che lo può fare ne le tue contentezze; e che ritornino i dolci abbracciamenti de lo amato Endimion quanto mai lieti e spessi. Benigne stelle, cui chiamai sovente in testimonio di mia vita acerba, ma sempre in vano, onde crudeli ed empie vi dissi, non è alcun mortal mio sforzo che mi vaglia a formar degne parole in rendervi le grazie ch'io vi debbo. Cor lasso, che di lagrime e sospiri vivesti un tempo, ond'eri giá ridotto quasi a l'estremo, come puoi di tanta dolcezza esser capace? Occhi, che primi foste a soffrire e mandar dentro al core il dolce amaro, ché non fate segno di cosí gran letizia? ch'or vi involge in dolce pianto, come, in questa notte, vi ha dato il ciel, discacciando a voi lunge ogni tristezza, quanto vi fu prima, ogni riposo. E tu, lingua mia frale, che giá sí spesso, ne l'alte sue lodi, cantando, davi a le acerbe mie pene alleggiamento ed a le fiamme lena, or quanto mai ne l'onorato nome spende tue forze; sí che 'l vivo lume veggiam dritto poggiar verso le stelle onde discese.
FILENO. Vorrei che finissi, Crisaulo, oramai sí lunga predica; e mi partissi cosí gran piacere quanto tu non capisci.
CRISAULO. Sono allegro, certo, in tal modo che, ne la soverchia dolcezza, il cor mio lasso sente pena. Non mi dir nulla.
FILENO. Vo' che tu lo dica;
ché mi fai stare appeso per i piedi.
Non ti far piú pregare.
CRISAULO. Io son forzato.
Eccotel brevemente.
FILENO. Orsú! Incomincia.
CRISAULO. Tu déi saper sí come ier, parlando con Calonide, molto la pregai mi concedesse ch'io parlassi a Lúcia. Ella, che vive come al tempo antico, senza molte parole fu contenta e si tirò da banda.
FILENO. Questa è bella!
Accostare il tizzone al zolfanello
ed aspettar da canto che non brugi!
E le parlasti?
CRISAULO. Ora ti dico il tutto. Questo le dissi:—Cognoscer puoi certo, Lúcia, che siamo omai condotti a tale ch'esser non può ch'io non sia sempre tuo e tu di me. Però vo' che mi attendi, ché ti vo' confidare un mio secreto. Io son diviso giá da mio fratello perché sopra di te non abbi alcuno ne la mia casa ma ne sia signora. E perché il nostro aver, per il passato, maneggiav'io, mi truovo da appiattare un cassettino ov'io missi da canto molti ducati e gioie: ond'io ti prego che mostri avere in te giudizio e ingegno, ché li salviamo; e fidarsi d'altrui cognoscer déi da te che non sta bene. Io verrò qui istasera a le cinque ore. Fa' che mi attenda.—E le mostrai de l'orto la fenestrella. E dissi:—Come dorme tua madre, verrai qui, ché gli avrò meco e insegnerotti quel che vo' che faccia.— Semplicemente (come puoi pensare) la mi rispuose che non sapea come levarsi, che la madre non sentisse. Rimase, al fin, di farlo. E la pregai che facesse che alcun mai nol sapesse e che a la madre ancor trovasse iscusa perché non s'avedesse di tal cosa. Non ti dico altro. La mi venne fatta. E cosí fu la fin d'ogni mio affanno e 'l principio d'un sí felice stato ch'io quasi par che a me istesso nol creda. Che te ne pare?