L'esistenza, che era obbligata a condurre, la prostrava talvolta in una stanchezza estrema. Dopo una giornata lunga, spesa, dalla prima mattina a tarda sera, ad impartire lezioni di ricamo, di francese, di pianoforte, retribuita scarsamente, in famigliole modeste di borghesucci, di impiegati, di artigiani, cui pareva di spendere un occhio del capo coi pochi centesimi onde pagavano la maestrina, rientrava mezza morta, coi nervi spossati, altrettanto abbattuta dalla continua tensione mentale quanto dallo strapazzo fisico. Poi in altri momenti le lezioni mancavano: veniva l'autunno, si chiudevano le scuole: la gran mania del viaggio, della villeggiatura, cui tutti obbediscono, che invade ora tutte le classi, irresistibilmente, ogni anno, metteva in fuga gran parte, la massima parte, pur di quelle famigliole modeste, presso cui ella andava a dare le sue lezioni. Il suo pane si faceva scarso ed incerto. Indarno ella cercava altri lavori. Mancante d'amicizie, senza appoggi, risoluta a non venir meno, qualunque cosa dovesse costarle, a quel sentimento di dignità e di onoratezza, che era il suo orgoglio, dovette imporsi privazioni d'ogni maniera richiedenti abnegazione rara, energia infinita.

A Loreta parve fortuna senza pari l'occasione che un dì, per un concorso di fortuite circostanze da lei nè cercate nè prevedute, le si presentò, di poter ottenere un posto in una cospicua e assai rispettata casa, quella dei conti Polverari di Verona. L'ufficio, quale le veniva offerto, era quello di istitutrice; però dalle stesse persone, che per le prime gliene avevano parlato, era stata resa attenta come per le peculiari condizioni di quella famiglia si ricercasse, assai più che un'abile maestra, una persona di educazione distinta e di virtuosi costumi, atta a divenire la vigile compagna di una gentile giovinetta, che, per la molta fragilità della salute, aveva bisogno d'essere circondata da costanti ed amorevoli riguardi.

Il giorno in cui Loreta Lambertenghi entrò per la prima volta nel palazzo dei Polverari, edificio bruno e melanconico, posto in una delle più quiete strade di Verona, e che un vecchio domestico, tutto curvo nella sua livrea, la guidò silenziosamente attraverso a una fila di sale spaziose, dalle pitture antiche, dagli arredi severi, dove i passi risonavano forte sul lucido terrazzo, sino alla stanza in cui la padrona di casa la stava attendendo, ella ebbe una inesplicabile sensazione di orgasmo come se, emanando da quelle pareti scure, da quelle pitture tetre, dall'aspetto desolato di tutta quella casa, una superstiziosa titubanza si fosse repentinamente impadronita di lei.

Tale sentimento penoso, anzichè svanire od attenuarsi, si accrebbe allorchè il servo, che l'aveva lasciata un momento per annunciarne l'arrivo alla padrona, la invitò ad entrare ed ella si trovò in presenza della contessa.

Pallida, di un pallore cereo d'ammalata, reso più evidente dagli abiti neri, ch'ella mai aveva smesso dopo la morte del marito; coi capelli tutti canuti divisi in due larghe liste sulla fronte solcata di rughe; con la persona magrissima e debole già lievemente curva, Laura Rezzonico-Polverari era una figura profondamente triste. Benchè all'entrare della giovane un lieve sorriso di affabilità si fosse disegnato sulle sue labbra, parve a Loreta di scorgere subito ne' lineamenti severi e ne' profondi occhi pensosi di quella donna una certa espressione di alterigia e di durezza, che per un istante la tenne interdetta e senza parole.

La contessa, accortasi forse della soggezione che il suo aspetto aveva incusso alla giovane forastiera o spinta da naturai cortesia a toglierla d'imbarazzo, ebbe allora qualche frase molto amabile, ma pur sempre assai sostenuta, per darle il benvenuto. Poi, esaurite queste premesse, fu con poche e laconiche frasi che accennò a quanto da lei si riprometteva nell'adempimento degli ufficî, per i quali l'aveva assunta in sua casa.

--Le informazioni che ho avuto sul vostro conto, signorina Lambertenghi, furono ottime. So che siete una fanciulla laboriosa ed onesta. Se non avessi avuto tale certezza non mi sarei decisa ad affidarvi il delicato còmpito di essere una fidata compagna alla figlia mia.

Io nutro speranza che colle vostre doti d'ingegno e di cuore saprete corrispondere nel modo più degno alla fiducia ch'io pongo in voi. Così facendo vi acquisterete il diritto di essere nella mia casa non più un'estranea, ma un'amica....

--Signora contessa, io mi sento lusingata, più che non lo possa dire, dalla fiducia ch'Ella ha la bontà di dimostrarmi. Farò quanto starà nelle mie forze per rendermene meritevole. E mi chiamerò felice se mi sarà concesso di conquistarmi la sua stima.

La contessa l'ascoltò seria, senza toglierle dal viso i suoi sguardi penetranti, poi tendendole la mano brevissima e gelida, che Loreta strinse timidamente: