--Vi ringrazio di questa promessa, signorina,--ella disse un po' rigidamente.--M'affido ch'essa sia sincera e che voi la saprete mantenere.
La promessa, che Loreta aveva fatta, era sincera veramente. Però, quando poco appresso, prima di conoscere ancora gli altri membri della famiglia, ella si trovò sola nella stanza che le avevano assegnata e ripensò all'accoglienza avuta da quella gentildonna dalla faccia austera e dall'accento reciso, istantaneamente, come se una voce misteriosa l'avesse avvertita di un ignoto imminente pericolo, un folle desiderio la prese di fuggirsene subito dalla tetraggine di quei luoghi e di tornare alla sua povera vita agitata, le cui durezze, per uno strano effetto della fantasia, le riapparivano ora quasi men fosche e meno penose. Ma fu la debolezza di un momento. La riflessione riguadagnò presto il suo dominio e Loreta si dolse di quegli ingiustificati timori come d'una ingratitudine verso la benignità della sorte.
Ancor maggiormente se ne dolse subito ne' giorni successivi, quando, avuta più intima conoscenza della famiglia, potè apprezzarne i modi elettissimi e giudicarne i sentimenti.
La tristezza profonda che incombeva sulla casa dei Polverari era giustificata da un concorso veramente tragico di fatti luttuosi. Le tracce di una grande sventura si scorgevano evidenti ne' più minuti particolari della vita di quella famiglia e più che tutto nell'amore vivissimo, vigile, geloso, ond'erano stretti fra loro la contessa Laura e i suoi due figliuoli.
--Vedete,--aveva detto una volta la contessa a Loreta parlandole de' suoi figli,--se io non mi fossi rifugiata nel loro amore dopo le atroci avversità di cui fui colpita, non avrei potuto sopravvivere!
E per vero donna Laura aveva sostenuti così fieri dolori da prostrare anche l'animo più saldamente temprato. E se nelle pagine della storia italiana è dato ragguardevole posto al nome di Gottardo Polverari, il gentiluomo fortissimo, morto con la stoica fermezza di un patriotta antico, vi si associa giustamente il pietoso ricordo di quella povera sposa ammalata e giovane, la quale, fra tanto imperversare di sciagure, era riuscita come per miracolo ad attingere una forza novella nel suo amore di madre.
Quando per le vie di Verona, in una carrozza chiusa, dagli sportelli stemmati, passava la contessa, pallidissima nelle sue gramaglie, accompagnata sempre da' suoi due figli Bianca ed Alvise, non c'era chi non si scoprisse con rispetto e non l'accompagnasse con uno sguardo di simpatia e di pietà insieme. I due fanciulli rassomigliavano perfettamente alla loro madre, non pure nella nobiltà delle fattezze, ma ancora nella gracilità somma delle persone. La contessina Bianca, col suo bel visino filato, coi copiosi capelli dorati, disciolti in grossi riccioloni giù per le spalle, sorrideva quasi sempre con una grande espressione di bontà. Il fratello invece, più giovane di lei, appariva assai serio e già accusava, nello sguardo meditabondo e nella compostezza degli atti, affatto insolita a quell'età, l'indole sua inclinata alla tristezza.
La vita, che i Polverari conducevano, era ritiratissima. Donna Laura, tremante sempre per la salute de' suoi figli, che sapeva assai cagionevole, non vivea che per essi, vigilando con instancabile sollecitudine alle loro cure ed attendendo con iscrupolo alla loro istruzione. Oculatissima nella scelta de' maestri, voleva che i suoi figli si formassero anzitutto buoni nell'animo, degni del nome che avevano ereditato; ma, memore dell'alto lignaggio onde usciva e imbevuta per educazione di principi altamente aristocratici, intendeva del pari ch'eglino crescessero ligi a quelle tradizioni rigorose, alle quali le sarebbe sembrato una colpa di derogare.
Nel vecchio palazzo pochi amici recavansi a far delle visite, E donna Laura, mentre col suo riserbo incoraggiava pochissimo le amicizie nuove, anche quando cordialmente offerte, mostravasi ed era felice nell'accogliere gli amici antichi, legati per provato affetto alla famiglia. Con essi le pareva di rivivere nel passato: si sentiva, nella tenerezza de' ricordi, riportata a' tempi, quando, intorno al suo Gottardo, bello, fiero, animoso, si raccoglievano quegli amici e s'accendevano le vive discussioni animate, e si facevano, coli' entusiasmo negli occhi, i propositi audaci nel nome della patria, a' quali lei, povera donna, provava insieme un timoroso accoramento ed un palpito di fierezza.
Fida così al culto delle memorie, donna Laura, dopo la morte del conte a Theresienstadt, aveva mostrato sempre una particolare predilezione per il soggiorno alla loro villa di Arsizzo, piena per lei di tante ridenti rimembranze. Là, nella pace solenne de' grandi boschi, onde il palazzo era circondato, aveva ella trascorsi i primi felicissimi anni del suo matrimonio; ed ancora, dopo tanto volgere di tempi, affacciandosi a' balconi e spingendo lontano lo sguardo per le belle valli, solcate dall'Adige, ella provava la cara illusione, propria a chi molto ha sofferto, che i dolci tempi non fossero ancora passati e che le lagrime sparse non fossero state che un sogno cruccioso.