--Sentite,--egli proseguì.--Quando alcuni giorni sono, approfittando di pochi momenti concessi dal caso, io ho potuto parlarvi per la prima volta senza testimonî, furono tanti i pensieri che si affollarono alla mia mente, tante le cose che io avrei voluto dirvi, che quell'ora mi parve un baleno. Quel giorno--ve ne rammentate?--noi abbiamo rifatto insieme il cammino del passato, abbiamo ritessuta insieme la storia dei dolori, che io--sì, io, con la mia passione, che non vedeva ostacoli, che non ragionava!--vi ho preparato nella mia casa. Ma di ciò che avvenne poi.... di quello che è stato poi di me, della mia anima, della mia sorte, non avete saputo nulla, non vi ho detto nulla. Eppure, Loreta, è una storia ben triste anche questa: così triste che potrebbe valere un'espiazione. E conviene che voi la conosciate. Forse allora sentirete che io fui più degno di commiserazione che di rancore o di sprezzo....
La voce di Alvise s'era fatta supplichevole e sommessa ed aveva un accento che non poteva ingannare.
--Io non vi chiedo delle giustificazioni.
--Lo so e non tento di farne. Qualunque cosa diciate, obbedendo alla bontà della vostra anima, sarebbe inutile: la coscienza de' miei errori mi è chiara: il giudice migliore e più severo di me stesso son io! Ma appunto per questo voglio che sappiate quali traversie io dovetti sostenere dopo la nostra separazione. Non dovessi, dopo questo racconto, rivedervi mai più, avrò almeno la speranza che voi potrete riconoscere che quello che forse avrete giudicato freddo, volgare, abbietto oblìo, altro non era che la volontà cieca di circostanze ineluttabili, il predominio vittorioso di quei dolori, sotto il peso de' quali deve addormirsi e tacere ogni altro per quanto nobile e forte sentimento. Mi ascolterete voi, Loreta?
Ella reclinò il capo, vinta, senza dargli alcuna risposta.
Ma Alvise comprese la significazione di quel silenzio e cominciò, animandosi grado a grado, a narrare quanto si era passato in casa sua dal giorno in cui, dopo il breve tempo passato a Bordighera in compagnia della contessa Nathan, era ritornato alla villa di Arsizzo.
--Ritornavo triste, ma senza avere ancora rinunciato a qualche speranza. Se sapeste come ho combattuto, quanto ho fatto perchè mia madre si lasciasse rimuovere dai suoi voleri! Tutto fu vano. E mentr'io, disperato de' suoi dinieghi, vedevo cadere inutile ogni mio tentativo per riuscire a sapere almeno dove voi eravate.... che nuovo periodo di dolore principiava per la nostra casa! D'un tratto, senza che nessun sintomo allarmante ci avesse potuto far pensare all'imminenza di una catastrofe, la povera Bianca ammalò. Era un assalto fiero di quel male che mia madre, con le sue cure amorose durate per tanti anni, s'era illusa di aver debellato. Ma l'illusione, mantenuta per poco dalla speranza e dal conforto dei medici, svanì ben presto.... Bianca moriva: le sue povere forze le fuggivano giorno per giorno; ella sola non s'accorgeva, non sospettava di nulla, sperava sempre.... Loreta, voi potete immaginare che cosa fu di noi in quel periodo. Avete conosciuto mia madre: avete visto come ci amava: avete ammirato l'eroismo di quella donna, che trovava tanta forza e tanta abnegazione per i suoi figli.... Potete immaginarvi quello che avvenne!
Egli si fermò un momento, come percosso egli stesso dalla visione che evocava.
--Povera Bianca! Povera Bianca!--mormorò quasi parlando a sè medesima, inconsapevolmente, Loreta.
--Cinque mesi,--egli proseguì,--indi.... la fine....