Il professore, che ad una timida interrogazione della moglie aveva accusato della propria svogliatezza l'uggia delle molte brighe avute in quel pomeriggio, non potè trattenere qualche segno d'impazienza anche quando la Vige, dopo avergli servito il bicchierino di vecchia acquavite, ch'egli prendeva sempre al finire della cena, stimò opportuno, forse nell'intento di distrarlo dai suoi foschi pensieri, di toccare un argomento, del quale s'era già parlato moltissimo in casa Sant'Angelo. Si trattava della sparizione, che durava ormai da più giorni, del fido terranova, prè Zuan. Il professore, avvertitone subito, non vi aveva fatto da prima gran caso: tratto tratto quel vigile guardiano, obbedendo chi sa mai a quale allegro desiderio di avventure, soleva prendersi le sue brave vacanze, e di certi suoi lunghi vagabondaggi per le campagne e sino ai più lontani villaggi s'eran fatti assai spesso tra i contadini del luogo i commenti più faceti e più maliziosi. È vero che, questo suo amore per le avventure, il povero prè Zuan fu replicatamente a un pelo di pagarlo assai caro. Col nome che portava, di nemici non aveva difetto. Il Morganti e i suoi accoliti una buona schioppettata, se l'avessero avuto a tiro in qualche loro podere, sarebbero stati ben lieti di potergliela regalare: anzi più volte gliel'avevano, senza tanti misteri, promessa. E se il valoroso terranova era riuscito fino allora a salvare la sua pelle, non aveva per contro saputo risparmiarsi più d'un matto colpo di randello e qualche brava sassata, che l'avevano fatto tornare zoppicante e malconcio alla casa del padrone. Le sue sparizioni duravan però assai poco: dopo un paio di giorni di baldoria si era certi di vederlo ricomparire a un tratto, mogio mogio, con le orecchie basse, quasi col timore di qualche castigo. E poichè questa volta la sua scomparsa durava un tempo ben più lungo dell'ordinario, tutti in casa ne avevano parlato più volte come di un fatto che suscitava una vera curiosità: Agnul specialmente, che pel vecchio cane aveva un affetto grandissimo.
Ora quella mattina una ragazza di Collalto, capitata a trovare la Vige con cui eran da lungo amiche, le aveva, tra le molte storielle del suo villaggio, narrata pur quella di un magnifico tiro, che un certo suo parente, colono del prete Morganti, furbo trincato e maestro insuperabile di burle, aveva fatto un paio di giorni innanzi, e questa volta non già col proposito di prendersi uno spasso, ma con quello assai più positivo di ingraziarsi il padrone, il quale--diceva lei--era un ministro del Signore, degno certo di tutto il rispetto, ma duro co' suoi contadini assai peggio di un sasso. Il tiro, soggiungeva la donnetta, senza immaginarsi mai più quanto la cosa toccasse i Sant'Angelo, era stato giocato nel modo il più comico, tanto che in paese non rifinivano dal farne le più matte risate. Si trattava, figurarsi!, di un vecchio cagnaccio, al quale uno "spregiudicato" aveva avuto la faccia fresca d'imporre per ischerno il nome stesso del signor pievano!... E al contadino--che dei debiti col prete suo padrone ne aveva per disgrazia un grosso sacco e cercava sotto terra il modo di renderselo paziente e buono--quando una bella mattina si trovò il famoso cane che s'aggirava pel suo cortile.... immaginarsi se non parve un regalo della provvidenza! Che fa? Panf! gli aggiusta prima un tal colpo di pietra che per poco non lo lascia morto, e lo chiude quindi in un suo fienile, giurando di fargli fare un digiuno così bello, da rimandarlo poi con tanto di cestole fuori a quel "poco di buono, senza timor di Dio" che s'era permesso di dare ad una simile bestiaccia niente di meno che un nome cristiano!--E la ragazza, che a narrare cotesta storiella aveva adoperato un vero fiume di parole, venne alla conclusione che il tiro era stato così destro e bene ideato che il furbo suo autore poteva, senza tema di errare, ripromettersene dal prete Morganti uno strappo da far epoca alla sua proverbiale spilorceria....
La buona Vige, chiacchierina sempre, volle condire a sua volta questo racconto con una serie di commenti così prolissi e con un lusso talmente abbondante di digressioni, che il professore, per quanto interessato dall'argomento, terminò per infastidirsi, mandando al diavolo il prè Morganti, tutti coloro che gli volevano bene e perfino la Vige, a cui, nel sentirlo a parlare in quel modo, eran venuti lì per lì i lucciconi agli occhi.
Ma stette zitta, perchè quando il professore era in quello stato, prudenza insegnava a non rifiatare ed a lasciarlo in pace.
Del resto Mattia stesso, appena finito quel racconto, accese il suo virginia, e salutata la moglie, che diceva di volersi ritirare, uscì solo sulla spianata, dinanzi alla casa, per fumare un poco tranquillamente.
"Tranquillamente"--aveva detto così a Loreta nel lasciarla. Ma chi lo avesse veduto poco appresso, allorchè si trovò solo, nel silenzio della notte, con la coscienza d'essere al sicuro di ogni sguardo indiscreto, avrebbe compreso come quella parola non fosse stata per nulla corrispondente alle condizioni dell'animo suo. Sedutosi al posto consueto, presso alla balaustrata che guardava sui campi, il professore aveva gittato con un senso di nausea il suo sigaro; poi, rialzata l'ala del cappello sulla fronte, erasi raccolto il capo fra le palme, fissando lo sguardo pensieroso sulla campagna nera e silente. La notte era cupa. Sul cielo, dove correvano con la minaccia di un maltempo grosse nuvole scure, luccicavano a tratti poche pallide stelle. Solo da lunge un lieve riflesso rossastro lasciava indovinare, di là dalle macchie brune de' villaggi dormenti e punteggiati ancora di qualche fievole lume, la città di Udine con le sue strade ben rischiarate.
Il tempo passava e Mattia restavasene immobile al suo posto. Era lì da un pezzo e pareva che neppure si fosse accorto del silenzio che s'era fatto in quel mentre nell'interno della casa. Sparecchiata la mensa e riordinata la cucina, la Vige aveva spento i lumi; nella camera della signora, al primo piano, il bagliore della lampada di tra le persiane era sparito da molto tempo. Ma il professore non pensava affatto a rientrare. Il pensiero ond'era dominato lo teneva così tenacemente che il sentimento d'ogni altra cosa erasi estinto in lui. Ed era il pensiero doloroso, che da più giorni lo torturava senza tregua. Il dubbio, da lui respinto prima come insensato, s'era negli ultimi giorni, nelle ultime ore, fatto a poco a poco sempre più acuto. E l'impotenza della difesa, subito, con velocità fulminea, si presentò alla sua mente agitata. Quanto credulo prima, diffidente a un tratto, era cominciato in lui un lavorio febbrile di idee, un cozzo di mille supposizioni, da cui gli veniva una sofferenza insopportabile. Non sapeva ancor nulla, non aveva raccolto ancora nessun indizio positivo, ma pure il suo animo tremava in uno di quei tetri presentimenti; che nascono talora da un nonnulla appena avvertito, ma che nessun ragionamento riesce a far dileguare.
Il cielo intanto s'era venuto sempre più oscurando: uno spiro molesto di vento faceva stormire gli alberi intorno alla casa: per tre o quattro volte il guaìto lamentoso di un cane risonò nella campagna. Il professore si scosse e tendendo l'orecchio a quella voce sinistra, che rinnovavasi ancora con penosa insistenza nell'oscurità ormai profonda, non potè schermirsi dal pensare al malurioso significato, che a tali voci notturne suole attribuire la superstizione dominante tra quelle popolazioni agricole.
Lentamente, il professore accingevasi a rientrare, quando di là dal cancello osservò dischiudersi la porta dello stallaggio ed uscirne frettoloso, con una lanterna accesa dondolante in mano, il piccolo famiglio Agnul. Con passo rapido egli attraversò il cortile e in pochi momenti fu innanzi al padrone:
--Che c'è? Dove vai?--chiese questi,