--Il vostro dovere! V'ho detto già che è virtù il saperlo compiere: facile virtù per altro quando non si ama e non si è mai amato! E voi, Loreta, non mi amaste: tutto me lo fece comprendere nel passato e tutto me lo comprova anche adesso,...

Ella erse il capo fieramente, stringendo le labbra pallide, trafitta da quelle parole.

--Nel passato!--ella esclamò.--Dite voi questo? lo pensate? lo avete creduto? Lo avete creduto dopo tutto quello che mi avete fatto soffrire! Ah! Alvise, come non mi conoscete oggi e non sapete comprendermi nella lotta di questo momento, non mi avete compresa mai!

Ma egli sempre più animato insistette:

--Oh! Loreta, non mi sono ingannato, no, purtroppo per me, purtroppo per le mie illusioni, in tutto quello che ho pensato di voi. L'altro giorno vi dissi quanti dubbi hanno distrutto la mia pace dal momento in cui la sorte ci divise. I miei dubbi eran fondati. A chi non sa amare è ben facile l'oblìo!

Di smorta ch'ella era, Loreta a questo punto s'imporporò in viso, sotto un impeto violento d'indignazione. Il linguaggio scettico ed aspro di quell'uomo la offendeva nella parte più sensibile dell'anima. Era dunque cotesto il frutto del sacrificio ch'ella aveva fatto? era questo il premio della lotta che si era imposta per fuggirlo, per far tacere il proprio amore, per restar fedele ad un giuramento fatto quasi ad espiazione d'una sua colpa?

E le sovvenne in quel momento tutto quello ch'ella dovette passare: l'ultimo colloquio da lei avuto, laggiù, in una delle vecchie sale della villa d'Arsizzo con la madre del conte Alvise: le parve di rivedere dinanzi a sè la figura di quella donna, non più severa come chi è nel diritto di punire, ma umile e mite come chi implora una grazia: le rinacque vivo nello spirito il ricordo delle sue ore di stento, di miseria, di solitudine, passate talora baciando e bagnando di lagrime una scialba miniatura, il ritratto di Alvise, l'unica memoria portata con sè del tempo felice: finalmente pensò con terrore al giorno quando, stremata di forze e di coraggio, letto in un giornale la morte di Alvise in un paese lontano, volle finirla ella pure, chiedendo alla pace del nulla la sua liberazione.

E sotto l'impressione di tutte quelle immagini risorte dinanzi a lei tumultuosamente non resse più, si sentì soffocata, e dimenticando ogni altra cosa, irresistibilmente, non obbedì che al bisogno di difendersi, di respingere la taccia ch'egli le gittava in viso, di dirgli tutto:

--Non vi ho amato? Non ho fatto nulla per voi? Mi avete creduto un'anima incapace di ogni virtù e di ogni forza?... Ebbene, no, non è vero: vi ho amato intensamente, come si ama una volta sola, come non meritavate che vi amassi. Se vi ho fuggito, se non ho cercato di rivedervi era per obbedire ad una promessa che non potevo infrangere, che avevo fatto a vostra madre.... Se la mia miseria e la mia solitudine mi parvero più dolorose, era sempre per il pensiero che voi mi aveste dimenticata.... Il giorno che vi credetti morto mi lasciai trascinare io stessa a un passo disperato, obbliando tutto, obbliando la mia fede di cristiana.... Ah! Alvise, e questo non è amore?... Come foste ingiusto verso di me, Alvise! Come mi avete giudicata male!

Egli che l'aveva ascoltata interdetto, pendente dal suo labbro, colpito da quella rivelazione inattesa, come ella ebbe finito le afferrò appassionatamente le mani: