Smorta al pari di un cadavere, colle guance rigate di lagrime, ella sciolse lentamente le sue mani da quelle di Alvise e senza parole si lasciò cadere in una delle ampie poltrone reclinando il capo affaticato.
Nella sala regnava un silenzio profondo. Di fuori la pioggia aveva cessato: sordamente un ultimo romore di tuono si perdeva nella lontananza e qualche pallido lampeggiamento rompeva ancora a lunghi intervalli le nubi cinerognole, che sfumavano lente sull'orizzonte di là dalle campagne allagate dall'acquazzone. Sotto i balconi del palazzo, scrosciando impetuoso fra le sponde soverchiate, mormorava colle sue gialle acque fangose il Cormor. Ancora, tratto tratto, qualche rintocco di campana giungeva fioco per l'aria commossa, dai villaggi lontani della montagna.
L'ombra di quel melanconico crepuscolo autunnale aveva ormai invasa la vasta sala. Sull'alto delle pareti le fosche pitture, in cui campeggiava la rossa figura del grande patriarca, investite gradatamente dall'oscurità, si faceano a poco a poco quasi indistinte. Solo di fronte a Loreta staccavasi nitido dallo sfondo bruno della parete il volto marmoreo di Sebastiano Morò-Casabianca. E come se ad un tratto un magico influsso fosse caduto su lei, Loreta fissò gli occhi in quella immagine candida, che parea la guardasse co' suoi occhi morti, con una strana espressione di tristezza diffusa nelle fattezze severe.
Immediatamente Loreta ripensò ai discorsi, che nel giorno lontano della sua prima visita al palazzo eransi fatti colà, ed alla storia, che vi aveva udita per la prima volta dalle labbra del Sant'Angelo, di quello sventurato gentiluomo.
Una sensazione di freddo le corse per le ossa e come presa da un folle terrore balzò in piedi, agitata.
--Ch'io parta, ch'io parta di qui.... subito, subito!--ella esclamò soffocatamente.
Alvise le si fece appresso e con affettuosa sollecitudine la chiamò per nome:
--Loreta....
Ma ella arretrò tosto, con un moto di repulsione:
--Lasciatemi!--disse risolutamente, incrociando le braccia sul petto.--Lasciatemi!