XVIII.

La notte era già alta quando il carrozzino della Sant'Angelo fu presso alla casa.

La Vige, la quale attendeva inquietissima e s'era crucciata l'intero pomeriggio col rimorso d'essere stata proprio lei la causa che la padrona si fosse esposta a quel malcapitato temporale, era corsa ad incontrarla giù per lo stradone e appena le fu vicino cominciò, con la verbosità che le era connaturata, una serie interminabile di lamentazioni.

Loreta la lasciò dire, rispondendo appena qualche monosillabo, pressochè senza porre attenzione a tutto quello che la povera serva si credeva in obbligo di farle sapere. E soltanto si scosse impressionata quando la Vige ebbe fatto cenno all'inquietudine nella quale s'era trovato al pari di lei il professore Mattia.

--È tornato?--chiese la signora vivamente.

--Sì. Poco dopo il primo acquazzone. In cinquanta minuti da Udine.... Una corsa! Quella brava Grigia.... mezza morta parea quando entrò nella stalla....

--Ha chiesto di me il padrone?

--Più volte: impazientissimo. Bisognava vederlo. Con tutta l'acqua che veniva giù era ogni momento alla finestra aperta per guardare nella campagna.... Ah! eccolo.

Infatti in quel momento il professore, chiamato egli pure dal rotolìo della carrozza, affacciavasi al portone.

Al vederlo, una fiamma subitanea s'accese sulle guance esangui di Loreta. Una debolezza la prese impedendole di avanzare il passo. E nella mente le passò fulminea la visione di ciò che forse l'attendeva tra poco, senza rimedio, quando ridotta ormai incapace di ogni ulteriore simulazione, nulla avrebbe potuto più scongiurare il momento temuto di una spiegazione decisiva tra lei e Mattia.