--A Morò,--egli ripetè con un tenue sorriso.--Debbo vedere il conte Alvise, al più presto, per un argomento assai grave....
Dicendo così la fissava negli occhi insistentemente, non perdendo ogni più piccolo suo movimento, con una acutezza penetrante.
Ella ebbe paura.
--Assai grave?--chiese, interdetta, con voce tremante.
Il professore si sforzò a sorridere.
--No, non aver paura.... Affari.... affari! Non c'è altro. Non ci può, non ci deve essere altro!
E levatosi, lento, con quel sorriso che gli increspava le labbra ancora, senz'aggiungere nulla di più, si dispose a ritirarsi.
--Sono molto stanco. Oggi è stato un giorno assai brutto. E finito però.... è finito anche questo. Domani..., Sarà meglio forse domani....
Questa fu l'ultima cosa che si dissero. Poscia il professore si ritirò nella sua stanza, ordinando che lo svegliassero all'alba, infallibilmente.
La notte che Loreta passò fu turbata da mille incubi affannosi. Sfinita dalle emozioni di quella giornata, ora un nuovo dolore ancor più tormentoso s'era impossessato di lei. La speranza estrema, che per un momento ella aveva nutrito dinanzi al contegno calmo di Mattia, era vanita. Le parole tristi, ch'egli le aveva detto poco prima di lasciarla, in quel breve colloquio concitato, ora le risorgevano al pensiero, come ripetute da una voce interiore, implacabilmente, senza fine, sinistre come la profezia di una grande sventura. Egli sapeva tutto: il risveglio colpevole di quella passione ch'ella aveva creduto di poter dominare: forse la debolezza suprema di quell'ultima ora: tutto ciò che ormai doveva distruggere per sempre la pace della loro casa.... E domani, domani?...