Un sonno pesante s'aggravò al fine sugli occhi di Loreta, trionfo della stanchezza fisica sull'eccitazione tumultuosa del pensiero. Il giorno era già avanzato quand'ella uscì da quella specie di sopore, attraversato da torbide visioni. Levatasi subito, s'affrettò a discendere, ansiosa di vedere suo marito, quasi sedotta dall'idea che forse vedendolo o parlandogli avrebbe potuto persuadere sè stessa d'essersi troppo irragionevolmente abbandonata alle esagerate allucinazioni d'un sogno febbrile. Ma il Sant'Angelo era già partito. Ad Agnul, che l'aveva chiamato per tempo, disse che nella mattina si sarebbe recato a Morò-Casabianca. Poi, senza prendere nulla, rifiutando persino la tazza di caffè nero, che la Vige gli aveva apprestato, s'era messo per la via delle campagne, solo.
--Il padrone deve aver qualche gran brutto pensiero per il capo!--aveva detto quella mattina la Vige alla signora Sant'Angelo.--È da un pezzo che non è più lo stesso. Quando lo guardo, mi par tornato al tempo che la povera padrona vecchia stava male. Era tal quale, allora. Poi.... poi, è stata lei, signora, a far tornare la consolazione. E bisogna che faccia presto lo stesso, anche ora. Che vita sarebbe, se continuasse così.... Che vita!
Loreta tacque. Ma un'onda novella di sconforto le corse al cuore al suono di quelle parole, che nella rozza loro semplicità, pur sulle labbra di quella povera serva, ignorante di tutto ed inspirata unicamente da un cieco sentimento di devozione, chiudevano un sì grande significato.
Far tornare la consolazione in quella casa--ancora una volta--ora? No, non era più possibile: tutto era ormai finito: tutto ormai era deciso!... "Che vita sarebbe se dovesse continuare così?" La domanda, che la vecchia domestica fedele s'era fatta poco prima, ingenuamente, quasi ammettendo la lieta fidanza che ogni nube dovesse dileguarsi tosto, avrebbe avuto una ben triste conferma.
Colle tempie addolorate da una pulsazione violenta, lottando contro uno smarrimento, in cui le pareva che le sue idee si confondessero senza nesso in una nebbia oscura, Loreta sentì il bisogno di raccogliere tutte le sue facoltà per seguire col pensiero suo marito, per indovinare quanto avveniva tra quei due uomini, laggiù, dove la voce del presentimento le diceva che in quell'ora dovesse compiersi il fatto decisivo della sua vita.
Ma per quanto Loreta nell'agitazione del suo spirito immaginasse quanto si passava allora nell'animo di Mattia, era ella ben lunge dal sapere a quale strazio quell'uomo generoso e forte si trovava in preda e quale sforzo immane di volontà egli avesse durato per mascherare in quegli ultimi giorni ciò che egli soffriva.
Al Sant'Angelo la verità era apparsa di schianto, con evidenza inesorabile. La lettera infame, che una mano nemica gli aveva fatto pervenire, non era stata che la conferma brutale del dubbio, onde l'anima sua era avvelenata. Mille volte, nelle ore pensierose, quando il suo spirito aveva piegato alla malsana evocazione delle previsioni nere, a quel bisogno tirannico di sognare gli avvenimenti nefasti, il quale sorge nell'anima dei felici quasi a rendere poi più inebbriante la preziosa realità del benessere e della pace, mille volte aveva sognato con terrore ciò che oggi vedeva sorgere con aspra verità dinanzi a' suoi occhi. Era il crollo della sua felicità, l'annientamento crudele d'ogni sua gioia, la fine di tutto. Le larve temute prendevano consistenza e forma. Le fantasime minacciose non erano più la evocazione melanconica della sua mente turbata. Ogni illusione sarebbe stata vana; qualunque rivolta, per quanto disperata, non avrebbe potuto tornargli nulla di ciò ch'egli vedeva ormai irremissibilmente perduto. E nella piena del suo dolore, pur nella prima crisi acutissima che gli aveva fatto piangere le più tristi lagrime le quali possono sgorgare da un cuore esulcerato, un pensiero solo non l'abbandonò mai, dominando con fredda lucidità nella sua mente: lo stesso pensiero nel quale una volta aveva già così a lungo esitato di cedere alla voce imperiosa del suo cuore, e di legare il proprio destino a quello di Loreta....
Perchè s'era lasciato vincere? perchè non aveva seguito quel primo istintivo consiglio della ragione, che era giusto e previdente e nel quale sarebbe stata la sua salute!... Egli era stato leale: a Loreta, nel giorno in cui la loro sorte si era decisa, aveva detto con candida lealtà, per quale affliggente esitanza si fosse arrestata tante volte sul suo labbro la confessione di quell'amore per cui egli viveva e del quale rimproveravasi come di una follia; poi aveva ceduto, aveva creduto che la virtù, la bontà dell'animo, le premure costanti, l'affetto diuturno--fatti religione immutabile della casa--sarebbero bastati ad assicurargli per sempre quella felicità che gli era apparsa come la meta radiosa d'ogni più ardita e più lusinghiera sua aspirazione.
Ed ora il vero tornava: la legge eterna della giovinezza, più forte dei doveri sociali, più forte d'ogni legge umana, doveva necessariamente trionfare. Il segreto di Loreta, ch'egli aveva sempre ignorato fin là, la stessa colpa del suo passato, ch'egli aveva cancellato col perdono, gli si erano appalesati crudamente. Quell'uomo, ignaro d'ogni raffinatezza mendace ed incredulo d'ogni inganno, aveva ricostituito con ispietata divinazione la storia dell'amore di Loreta e d'Alvise. La fede ch'egli aveva nutrito che quell'amore fosse morto per sempre, e il sogno, lungamente accarezzato, che nell'animo di Loreta null'altro affetto regnasse più se non quello ch'egli le aveva offerto con tanta appassionata sincerità, svanivano insieme, in un punto solo.
E mentre col cuore in orgasmo e colle vene ardenti egli chiedevasi a quale partito dovesse appigliarsi; mentre un'impetuosa brama lo afferrava di rompere ogni dubbiezza e di erigersi a tutore vigile e severo del suo onore o minacciato o forse già offeso, egli pure non riusciva a difendersi da un dolore acutissimo nel pensare alla crudeltà degli eventi che ora lo trascinavano, dopo tanta illusione di pace, al più fiero combattimento, che anima umana potesse sopportare.