Poichè anche fra gli spasimi della gelosia, sotto l'impulso del risentimento, non cancellavansi dalla mente del professore tutte le ragioni d'affetto, che lo legavano per diversi fatti, ma con pari strettezza, a Loreta e ad Alvise.

Loreta era stata il buon genio della sua casa. Per qualunque volgere di eventi non poteva egli dimenticare quanto quella donna avesse saputo fare per rendere men dolorose le sofferenze, men triste l'ultimo periodo di vita, dell'adorata sua madre. In quegli istanti terribili di scoramento, di esasperazione, era costretto a pensare alle lunghe notti, durante quell'ultimo inverno sconsolato, vegliate insieme a Loreta, accanto al capezzale della povera vecchia inferma; era costretto a pensare al sorriso che la sofferente aveva sempre avuto, pur nelle ore più crudeli del suo male, per la vigile e infaticata custode; nè aveva dimenticato mai, mai, malgrado tutto, come la sua santa madre, poco prima di abbandonarlo per sempre, avesse accomunato in un solo abbraccio, lui, figlio devoto e rispettoso, e quella giovane buona, paziente, coraggiosa. Loreta da quel momento gli era divenuta sacra: il suo affetto per lei si era, purificandosi, fatto così forte ed intenso, che nulla avrebbe potuto distruggerlo mai più. E in quell'affetto era rinato: per esso aveva egli avuto una serie d'anni senza nubi, senza turbamenti, pieni di sole: anni rapidi, in cui la giovinezza pareva tornata, in cui le speranze parevan risorte, in cui la vita gli era sembrata ancora piena di allettative e di ebbrezze....

Ed Alvise? Se v'era persona al mondo a cui il Sant'Angelo sarebbe stato lieto di poter mostrare, anche col massimo sacrificio, la propria devozione, era quest'uomo, ultimo erede di un nome, ch'egli era stato abituato a benedire fin dai primi giorni dell'infanzia: il figlio del patriotta esemplare, del generoso amico, alla cui abnegazione egli doveva la vita, la salvezza, le cure dolci e indimenticate del padre suo. Il giorno, in cui l'aveva visto entrare, ospite inatteso nella sua casa, era stato per lui una grande gioia di fratello ricordevole ed amoroso. E quando ne' primi momenti del loro avvicinamento egli ebbe appreso dalle labbra di Alvise la storia triste della giovinezza di lui, trascorsa così priva di ogni gioia, in mezzo alle conseguenze dolorose lasciate nella famiglia desolata dalla tragica morte di Gottardo Polverari, aveva egli sentito non solo accrescersi quella riconoscenza alta e profonda, che i suoi vecchi gli avevano inspirata come un dovere sacrosanto, ma s'era trovato avvinto istintivamente, potentemente, da un nuovo sentimento di simpatia, di pietà, di amicizia per quell'uomo sventurato che pareva venuto a ricordargli, in tutta la sua generosa magnanimità, l'eroico sacrificio, pel quale gli era stato conservato suo padre.

In questa lotta penosissima, in cui egli temeva di veder ad un tratto annientate le sue forze intellettuali, il suo isolamento gli sembrò mille volte più pauroso. E subito la mente gli corse, con desiderio ardentissimo, al solo vero amico ch'egli avesse mai avuto: eguale sempre, nelle avversità e nel tempo felice: l'ottimo don Letterio Prandina. Come in un altro incontro decisivo della sua vita, a lui solo avrebbe potuto chiedere un consiglio ed un conforto: a lui, che pratico nella dura scienza dei dolori umani, possedeva tanta rettitudine di giudizio e tanta dolcezza di sentimenti.

Ed invero, laggiù tra le pareti ospitali di quella casa, in cui tutto spirava come un alito benefico di pace e tutto facea pensare all'esercizio costante di virtù pietose ed austere, egli trovò ancora una volta l'amico desiderato, pronto, indulgente: l'inestimabile amico dei giorni dolorosi. A lui egli aperse il suo cuore, provando la voluttà refrigerante di poter dire alfine, senza freno di timori o di vergogna, tutto ciò che s'era forzato a tener chiuso, sino a quel momento, ne' più intimi penetrali dell'anima. Tra le braccia di quell'amico egli potè trovare, dopo tanto tempo, il sollievo di piangere liberamente, non trattenuto più dall'umiliante pensiero che quelle lagrime potessero essere giudicate come segno d'animo debole e vile.

Da quel colloquio sortì riconfortato. La crisi violenta di dolore, che il vecchio amico, antivedendone il beneficio, aveva favorito colle sue parole amorevoli, gli era stata di un immenso sollievo. Quell'uomo onesto, che anche dinanzi alla cruda evidenza de' fatti forzavasi a scuotere le dubitanze altrui con l'ottimismo delle ipotesi inspirate sempre ad una serena indulgenza, era riescito, se non ad illuderlo ancora, certo a ricondurre il suo spirito ad una calma relativa. Venuto colà con una fiera indecisione tenzonante nel cervello, ne usciva con un piano prestabilito di condotta. Mentre da prima tutto gli era parso irrimediabilmente perduto, ora un bagliore fioco di speranza veniva a rompere ancora la tenebria luttuosa di cui si sentiva circondato. E forse quella sera, nelle parole dette a sua moglie al momento che stavano per lasciarsi: "Oggi è stato un giorno assai brutto. Domani.... Sarà meglio forse domani...." era un riflesso di quel sentimento, che l'amico suo buono gli aveva saputo infondere.

Durante il cammino da Tricesimo a Morò-Casabianca il Sant'Angelo aveva ripensato a tutte queste cose. Deciso ad uscire, come il suo amico gli aveva consigliato, recisamente, da una posizione insostenibile e falsa, che ogni ora trascorsa avrebbe reso più ardua e più grave, egli si sentiva compenetrato dall'idea che quanto aveva stabilito di fare stava nel suo diritto, ch'era in ciò la tutela sacra del suo onore, la difesa legittima della sua felicità; e ciò nullameno a tratti gli sembrava che le forze necessarie gli sarebbero mancate.

Aveva preso la strada fra i campi, lunghissima, per raggiungere l'ora in cui potesse presentarsi al palazzo senz'offesa de' voluti riguardi e senza dar ombra alla malignità, che certo vigilava, allarmata. E più volte s'era dovuto arrestare côlto da una repentina ambascia. A poca distanza da Morò-Casabianca, mentr'egli già discerneva tra il verde del bosco, di là dalla linea gialla del Cormor, il profilo bizzarro dell'antica fabbrica colle due torri tozze emergenti sul caseggiato, una cantilena che usciva da un casolare solitario, intonata da una voce muliebre in cadenza col battito secco della spola d'un telaio da tessere, lo colpì nel cuore, con una trafittura acuta. La tessitrice invisibile cantava lentamente, con profonda tristezza, la vecchia villotta paesana che gli era notissima:

Oh! denant di maridassi

Nome rosis, nome flors,